''Desiderio'' di Rosy Romeo

 

Desiderio

 

Quando venne l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse loro: “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio”. E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: “Prendetelo e fatelo passare tra voi, perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio”.

Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me”. E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi”.

“Ma ecco, la mano di colui che mi tradisce è con me, sulla tavola. Il Figlio dell’uomo se ne va, secondo quanto è stabilito, ma guai a quell’uomo dal quale egli viene tradito!”. Allora essi cominciarono a domandarsi l’un l’altro chi di loro avrebbe fatto questo.

E nacque tra loro anche una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande.

                                                                                             (Lc  22, 14-23.56)

 

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Il brano della Passione è molto più lungo, come si può vedere dai versetti riportati, ma per questa volta ci soffermiamo sui primi che ci parlano dell’istituzione dell’Eucaristia.

Certamente non è la prima volta che Gesù festeggia la Pasqua con i suoi, ma questa è l’ultima, è la Pasqua del desiderio profondo del Maestro, la brama di donarsi totalmente pur sapendo che ancora nessuno può comprenderlo. Sa già a cosa sta andando incontro, ha presente tutto il dolore fisico e tutta la sofferenza spirituale che l’attende alla fine della cena, tuttavia aveva desiderato ardentemente che arrivasse quel momento in cui avrebbe offerto in dono tutto se stesso. Secondo la tradizione, si facevano quattro giri di calice. Luca riporta il terzo giro: Gesù invita gli apostoli a passare il calice di vino dopo aver pronunziato le parole della benedizione: Benedetto sei tu, Signore Dio nostro, Re del mondo, che dai a Israele questa festa per la gioia e il ricordo. Sii benedetto Signore, che santifichi Israele e la festa.

Fin qui tutto si svolge secondo le prescrizioni del rito della Pasqua ebraica, poi il cambiamento eclatante: Gesù compie già il suo sacrificio ancor prima di salire sulla croce, benedice il pane e lo dà in cibo rivelando che non è più pane, ma carne, la sua carne: Questo E’ il mio corpo! E con l’ultimo giro di calice: Questo calice è la nuova alleanza del MIO sangue!  E’ la transustanziazione, cioè la completa trasformazione della sostanza del pane e del vino nella sostanza del corpo e del sangue di Gesù, è la realizzazione del suo profondo desiderio di entrare nel corpo dell’uomo per trasformarlo pienamente e conformarlo a sé. Gesù non parla in modo da far capire che è un simbolismo, come tanti vogliono intendere, ma è chiaro, dicendo: E’ IL MIO CORPO, IL MIO SANGUE. Per chi non crede questo, è una forzatura ritenersi cristiano perché dubita delle parole del nostro Salvatore e, comunque, ne dà una spiegazione umana. Ma a parlare è Dio! Durante questa cena Gesù rende reale il suo desiderio istituendo l’Eucaristia e la dona all’uomo per la sua salvezza e per il cammino nella via difficoltosa della santità. Negare questa verità, per quanto misteriosa possa essere, significa annullare il sacrificio dell’Agnello e pensare di essere capaci da soli di santificarci, ma l’uomo non può nulla da sé, solo il nutrimento celeste è in grado di realizzare il mistero della santità. Come non stupirsi dinanzi a tale desiderio? Sa benissimo Gesù che l’istituzione dell’Eucaristia comporta il sacrificio estremo, una sofferenza che supera ogni immaginazione, eppure sin dall’inizio tutto il suo essere era stato teso verso quel doloroso compimento della sua passione. Chi è innamorato tende sempre a voler condividere ogni cosa con l’amato. Noi siamo l’amato e Gesù, non potendo condividere con noi l’unica cosa che è espressamente nostra, cioè il peccato, essendo lui il Puro e l’Innocente per eccellenza, ha voluto pagare per noi quel debito che altrimenti ci avrebbe schiacciato definitivamente. Noi abbiamo a disposizione il dono supremo per la nostra salvezza, il dono che è costato lacrime, sangue e carne ridotta a brandelli al Figlio di Dio, l’Eucarestia che ci viene offerta ogni giorno in tutte le celebrazioni e mi dispiace per chi non vuole accoglierla.

A conti fatti Gesù ha desiderato appassionatamente la sofferenza della croce, cosa del tutto incomprensibile per la mente umana, ma nell’economia della salvezza la sofferenza partorisce la perfezione del cielo per non parlare della capacità di compenetrare i patimenti dei fratelli.

Già, durante la cena, ha inizio la sua passione con la consapevolezza del tradimento di Giuda, amato al pari degli altri, e con lo stupore degli apostoli che sarà di breve durata, poiché l’uomo, quando non comprende qualcosa più grande di lui, puntualmente la sotterra. Infatti, dopo i primi minuti di sbandamento, tornano a parlare delle piccole cose terrene, come, a esempio, un tentativo di valutazione dei loro meriti per scoprire chi di loro sia più grande.

Luca riporta questa discussione in questo contesto proprio per farci riflettere sulla nostra ristrettezza spirituale. Pietro e company hanno con loro il Salvatore che si sta offrendo nella sua totalità, ma non capiscono, sono chiusi nelle loro mentalità banali, fatte di esperienze limitate e regole umane. D’altra parte, non è ancora sceso lo Spirito Santo ad allargare i loro orizzonti per spaziare nell’infinito. Capiranno dopo e scoppieranno!

A questo punto, è logico domandarci come sta la nostra anima di fronte al dono dell’Eucaristia. Noi che abbiamo ricevuto lo Spirito Santo e quindi siamo stati messi nella condizione di comprendere, di credere, di accogliere, dobbiamo fermarci un attimo a considerare la nostra posizione dinanzi al Santissimo che, non contento di essersi donato corporalmente, si lascia chiudere nel Tabernacolo perché in qualsiasi momento possiamo usufruire della sua presenza fisica. E’ il momento di chiederci se ci prepariamo convenientemente per ricevere in noi il Sacro Corpo o se lo facciamo come un’abitudine, un’usanza. Quando ci accostiamo all’Eucarestia, tremiamo di amore e riconoscenza? La nostra vita dovrebbe cambiare pian piano e la nostra anima dovrebbe essere illuminata di divino dopo aver fatto la Comunione, al punto da far impallidire i problemi quotidiani che ci assillano. E’ vero, non possiamo negare che oggi, come in tutti i tempi, ci sono difficoltà gravi, ma questa è la nostra passione, la sofferenza che possiamo utilizzare per conformarci a Gesù e offrire come piccolo contributo per la salvezza dei fratelli.

 

 

 

 

 

''Scriveva per terra'' di Rosy Romeo

''Scriveva per terra'' di Rosy Romeo

Scriveva per terra

 

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.

Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”. E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.

Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed ella rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù disse: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”.

                                                                                                          (Gv 8, 1-11)

 

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Ecco la Legge sempre presente, sempre dominante, il mezzo più efficace per trarre in trappola qualche maestro sprovveduto, come scribi e farisei pensavano fosse Gesù. Tuttavia lo temevano, non perché fossero convinti che come maestro valesse granché, ma perché le folle lo ascoltavano e lo seguivano, sminuendo la loro autorità. Per questo motivo erano sempre alla ricerca di qualcosa che potesse smascherarlo. Quale occasione migliore dell’adulterio di una giovane coppia, cosa riprovata dai benpensanti dell’epoca. Certo, c’è da notare che, per quanto sventolassero la Legge come dimostrazione della giustezza delle loro malvage argomentazioni, con il loro comportamento manifestavano un’interpretazione del tutto personale e ambigua, esprimendo tutto il loro veleno non solo contro Gesù, ma anche contro la donna, da loro ritenuta solo come un oggetto utile per i propri comodi.

Vediamo infatti che trascinarono davanti a Gesù con le loro furiose accuse solo la donna colpevole di adulterio. Ma … e l’uomo? Secondo la Legge, infatti, sia l’uomo che la donna dovevano essere considerati colpevoli e ambedue lapidati (Dt 22, 23-24). Non c’è che dire, in tutti i tempi e secondo tutte le mentalità è sempre la donna a dover pagare per due. Solidarietà maschile? Meglio non addentrarci in simili disquisizioni. Per nostra fortuna Dio la pensa diversamente e naturalmente anche Gesù, vissuto sulla terra in un posto in cui la donna era trattata così come ancora oggi in certe culture come la islamica e altre simili, ha dimostrato di essere della stessa idea. Mi viene da sorridere ricordando tanti episodi descritti nei Vangeli in cui il Figlio dell’uomo si è comportato come il più grande femminista di tutti i tempi.

Comunque la perfidia dei farisei è paragonabile a quella di Satana nel deserto. Ricordiamo come il diavolaccio si serviva proprio della Legge per tentare Gesù. I farisei fecero la stessa cosa. Scaraventarono la sventurata, immagino quasi nuda, là in mezzo a tutti gli indici puntati contro, dinanzi al Maestro che intanto scriveva col dito per terra. Cosa scriveva? Tutti si sono scervellati su questo interrogativo. Forse scarabocchiava semplicemente, come a volte facciamo anche noi di fronte a un problema che ci irrita particolarmente per l’ottusità di chi ce lo pone. O forse annotava, Lui che conosceva i cuori, la grettezza di chi si sentiva superiore e pensava di potersi arrogare il diritto di giudicare e condannare. O ancora può darsi che annotasse i loro nomi nella polvere che perfino una brezza leggera poteva spostare cancellando col nome anche le persone ostinate nella loro infame crudeltà. Quel dito che tanto ricorda il dito di Dio che aveva scritto proprio quella Legge che doveva servire per il bene dell’uomo e invece veniva usata anche per andargli contro, visto che Gesù è Dio.

Ma nessuno può far cadere Gesù nel tranello. Si alzò in tutta la sua maestà e rispose in modo da mettere gli accusatori di fronte alla loro ipocrisia. Pensavano di essere a posto, di avere i numeri per poter formulare giudizi sugli altri, e d’improvviso vennero messi faccia a faccia con il loro peccato. Nessuno è senza peccato, nessuno può giudicare un fratello. Andarono via, iniziando dai più anziani, proprio da coloro che si ritenevano più degni, ma che sicuramente avevano accumulato più colpe insieme agli anni e alle nozioni imparate a memorie. Infatti per loro la Legge non era altro che un insieme di precetti da memorizzare e attualizzare con distacco senza che il cuore ne venisse toccato.

Invece l’Innocente per eccellenza, l’unico senza peccato e in grado di formulare giusti giudizi, non condannò, perdonò e donò la vita rinnovata dalla riconciliazione, chiamando la peccatrice con l’appellativo di “Donna”, lo stesso che spesso usava per la Madre.

In quel momento si era verificato l’incontro sublime degli opposti, quello tanto amato dal nostro Creatore, quello che già ci aveva descritto Luca fra i figli scellerati e il Padre misericordioso. La misericordia vince sempre la miseria perché Dio non punisce il peccatore pentito, ma lo accoglie, comprende la sua fragilità, lo accarezza col suo sguardo e ricrea la sua vita restituendogli la dignità perduta. Infatti, il peccato più grave in questo episodio non è l’adulterio della donna, ma la condanna dell’uomo.

Pensiamoci bene ogni qualvolta guardiamo i peccati degli altri e ce ne scandalizziamo. Non abbiamo nessun diritto di scandalizzarci perché anche la nostra anima è macchiata da svariati peccati e non c’è ragione di fare paragoni fra i vari tipi di colpe, perché il peccato è peccato sempre, ed è unico, sempre grave e irriverente, perché perennemente tende a offendere l’Unico senza peccato.

 

 

 

 

''Misericordias Domini in aeternum cantabo'' di Rosy Romeo

MISERICORDIAS DOMINI

IN AETERNUM CANTABO

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: -Costui accoglie i peccatori e mangia con loro-. Ed egli disse loro questa parabola: -Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. (Lc 15, 1-3.11-32)

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Ecco qui la regina delle parabole, regina perché la più conosciuta e forse ben poco compresa nella sua essenza, così come succede di solito a chi e a cosa è di grande importanza. Non è sfuggita a nessuno, nemmeno a quelli che non hanno mai tenuto una Bibbia in mano, la conoscono come la storiella del figlio prodigo che prima se la spassa e poi, colpito dalle sue stesse magagne, si pente e torna indietro. Sarebbe bene invece leggerla attentamente e attingerne il vero insegnamento: una misericordia gratuita, incomprensibile, paziente, addirittura ingiustificata per la nostra mentalità, e chi la esercita è proprio Colui che avrebbe invece ogni diritto di pretendere accorate richieste di perdono e di infliggere castighi più o meno terribili, a seconda del torto arrecato: è la parabola della Misericordia di Dio. Un Padre messo in mezzo a due figli ugualmente colpevoli e ugualmente amati.

Estraiamo da questo tesoro solo alcune perle. Esaminiamo il presunto pentimento del figlio minore, giovane che non ha niente da invidiare ai ragazzi tecnologici dei nostri tempi che si sentono uomini di grande esperienza e maturità. Egli, pur essendo privo dei nostri mezzi di informazione, era sicuro di poter fare la bella vita, separato dalla famiglia e dalle sue radici, incapace perfino di saper conteggiare le sue sostanze per farle durare a lungo. Trovandosi nel bisogno e nella disperazione, pensò bene di approfittare ancora una volta della bontà del padre. Non pensava al dolore che gli aveva arrecato, non ricordava neanche il fratello che aveva comunque danneggiato e, per assurdo, non si chiedeva se il genitore fosse ancora vivo. Nel suo egoismo pensò ai servi e li invidiò. Così preparò il discorsetto commovente per ottenere almeno il minimo, visto che davvero non poteva chiedere di più, e partì. Questo non è pentimento, è tornaconto! Il padre non era mica scemo, sapeva benissimo cos’aveva spinto il figlio a tornare, ma non gli importò. Ciò che vide fu semplicemente il suo ritorno. Alla stessa maniera, Dio Padre, non si mette lì a valutare la motivazione che spinge un peccatore a ricorrere a Lui: può essere pentimento, o paura, o bisogno di una grazia, o senso di solitudine, non gli importa. A Dio importa solo che torniamo a Lui. Poi sarà Egli stesso a guarire i suoi figli pentiti, a poco a poco, senza forzature. Intanto è subito pronto a restituire loro la dignità perduta e tutta la fiducia che avevano in origine. Come il padre della parabola che fa mettere i sandali ai piedi di quel figlio appena tornato e l’anello al dito, con il quale avrebbe potuto concludere perfino atti di compravendita, lasciando in povertà l’intera famiglia. Quel padre corre incontro, abbraccia, ordina la festa col vitello grasso e si mette nelle mani di un mascalzone senza condizioni, solo perché lo ama così com’è, con tutte le sue brutture, solo perché è suo figlio.

Tuttavia c’è da notare che il vitello grasso non serviva solo per chi se ne era andato, ma anche per chi era sempre rimasto nella casa paterna. Il figlio grande, infatti, era ancora al lavoro e non aveva assistito alla consumazione dell’assurdità d’uno strano amore, ma dopo essersi informato sui motivi della festa, percepì tutta quella tenerezza e quel caloroso benvenuto al fratello come una grave ingiustizia nei suoi confronti e si rifiutò di entrare. Ma come? Era lui il figlio buono, era lui che si era sempre rotto la schiena a lavorare, per lui doveva essere sacrificato il vitello grasso! Eppure era stato sempre zitto, non gli era mai stato dato neanche un capretto da condividere con gli amici, e non aveva mai ricevuto un riconoscimento. Era livido di gelosia.

Era vero, non aveva mai lasciato il padre, ma non aveva capito niente di quel grand’uomo. Il vecchio si catapultò anche da lui, lo supplicò di entrare, intavolò su due piedi un veloce dibattito nel quale la figura del festeggiato veniva palleggiata da una bocca all’altra: “Questo tuo figlio!”, no: “Questo tuo fratello!”.

Tal figliolo non è meno colpevole del fratello, perché se quello era uno sfruttatore, lui si considerava un semplice servo, scocciato di non essere stato mai pagato. E il padre usò tutta la sua capacità di amare con tutti e due, indifferentemente, anche se con modalità diverse.

Il vitello grasso era comunque stato già sacrificato per essere consumato da tutti e due, era lì, sulla tavola, inerme, pronto per chiunque ne volesse, degni e indegni, anzi, tutti indegni, così come Dio Padre ha sacrificato il Figlio Gesù per qualsiasi figlio degenere che voglia nutrirsene per essere guarito, iniziando a riflettere sulla propria indegnità senza perdere tempo e carica spirituale per mettersi a sindacare sull’indegnità dei fratelli. Ci sarebbero tanti altri spunti su cui meditare, ma ci saranno altre occasioni.

Luca non riferisce nulla sull’eventuale conversione dei due fratelli né su come sia andato il banchetto. Lo scopo principale del suo racconto è puntualizzare l’astronomica misericordia divina ed è ciò su cui dobbiamo tutti riflettere. Non importa tanto capire a chi assomigliamo perché, tanto, apparteniamo a tutt’e due le categorie: siamo opportunisti come il figlio minore e vili e invidiosi servitori come il maggiore.

Ciò che veramente dobbiamo contemplare è il Padre messo come prigioniero in mezzo a tutti i nostri egoismi, con le braccia tese verso un amplesso agognato dall’eternità, non perché vi sia costretto, ma perché ci ama di un amore senza misura, e cantarne le lodi senza fine: “MISERICORDIAS DOMINI IN AETERNUM CANTABO!”.

''Niente frutti'' di Rosy Romeo

Niente frutti

 

In quel tempo, si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Siloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”.

Diceva anche questa parabola: “Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”.

                                                                                                    (Lc 13, 1-9)

 

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Ieri come oggi. Quando si sente parlare di incidenti, si è tentati di pensare che forse chi ne è vittima ha meritato la disgrazia. I contemporanei di Gesù ne erano fermamente convinti. Per loro chi subiva una sciagura o era affetto da una malattia grave, era sicuramente colpevole di qualcosa agli occhi di Dio o discendeva da genitori colpevoli. Questa mentalità sotto sotto ha del comico perché, a dirla tutta, siamo tutti peccatori, quindi colpevoli dinanzi a Dio, per cui il genere umano dovrebbe essere già estinto da un bel pugno di secoli, anzi proprio dall’inizio. Il Creatore, che tutto sa in anticipo, non avrebbe potuto raccomandare ai primi uomini di riempire la terra. Misteri della presunzione umana! L’uomo è stato sempre pronto a indagare sulle colpe degli altri e a giustificare se stesso. Per questo Gesù chiarisce, ieri come oggi, che le disgrazie non succedono per punire gli uomini dei propri misfatti; tuttavia avverte che i peccati non resteranno impuniti. Tale ammonimento nei giorni nostri risulta molto scomodo e in tutti i modi si tenta di accantonarlo. Si esalta a oltranza la misericordia divina, cosa giustissima, ma si omettono i richiami che comunque sono riportati nel Vangelo.

Anche in questo brano, in cui Gesù mostra il suo disappunto nei riguardi di Israele, il popolo eletto e infedele, il riferimento alla giustizia divina è chiaro: taglia quell’albero, eliminalo, esso non ha più ragione di esistere, perché, se non fruttifica, impoverisce il terreno succhiandone inutilmente le sostante a danno delle altre piante. Esso è come  quei tali che camminano tronfi nelle piazze, saturi di preghiere, rigogliosi di fronzoli inutili come osservanze di precetti e feste religiose, imbottiti di nozioni bibliche destinate a dormire nel ripostiglio della mente senza che sia concesso loro di scendere a fecondare il cuore. Ciò nondimeno restano infruttuosi. Essi non si lasciano toccare da tutto ciò che ascoltano e mostrano di professare, rimangono spiritualmente sterili e con il loro stesso esistere danneggiano le anime semplici che li osservano cercando in loro, così devoti, la testimonianza di una fede che faticano a trovare. Trovando i falsi religiosi uguali a loro nello svolgimento della loro vita, finiscono per concludere che non ha nessun fondamento la fede proclamata con le parole e i gesti e che possono fare a meno di tante cerimoniose ipocrisie. Una bella responsabilità! Come può infatti evangelizzare chi rimane fermo nelle sue cattive abitudini, chi resta cieco e sordo di fronte alle sofferenze dei fratelli, chi fa di tutto per arricchirsi e far concorrenza a Paperon de’ Paperoni, per conquistare un posto più in alto dei suoi simili? Purtroppo, come gli scribi e i farisei ai quali si rivolgeva spesso Gesù, anche noi cadiamo spesso nell’illusione di essere a posto con la nostra coscienza e dinanzi a Dio, limitandoci a soddisfare determinate tradizioni da devoti, e in questo non si salvano neanche tanti consacrati. Che dire di un prete che dedica tutte le sue energie fino a sfiancarsi per organizzare la festa del Patrono della città, ma lascia il confessionale vuoto?

Alla stessa maniera un cristiano che corre per non giungere tardi a una processione, ma non si accorge nemmeno del fratello che gli chiede un aiuto, sia esso un mendicante o un malato o una persona triste che ha bisogno di una spalla per piangere, è un albero forse bello a vedersi, ma infruttuoso, degno solo di essere tagliato.

 

Fortunatamente c’è un vignaiolo che vuole continuare a zappare attorno a noi per un altro anno, cioè per tutta la durata della nostra vita, cercando di nutrire bene le radici, donando la sua carne e il suo sangue per concimarci, e ostinarsi, per un eccesso d’amore, ad avere fiducia in noi. Sta a noi accettare le sue cure e corrispondervi o, ahimè, rifiutarle e fare di testa nostra per scoprire troppo tardi quanto siamo stati stolti.

''Il Verbo'' di Rosy Romeo

Il Verbo

 

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.

Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.

Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto.

Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.

E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: “Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me”.

Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.

Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre,

è lui che lo ha rivelato.

                                                                                                            (Gv 1, 1-18)

 

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Nel Vangelo di Giovanni non troviamo traccia della nascita di Gesù come negli altri Vangeli. Giovanni va diritto al cuore, al fulcro dell’annuncio. Nel prologo c’è la nascita e lo scopo della sua venuta e si intravede la croce scelta per amore dall’inizio.

“Dio disse: - Sia la luce! -. E la luce fu (Gen 1, 3). Dio parlò, emise in un soffio la sua voce, un suono che non echeggiò in nessun timpano, un suono che rivelò il Logos, il Verbo, attraverso cui tutto fu creato, Gesù. Gesù è in Lui, così legato al Padre nell’amore, da essere sia “presso” Dio, sia “in” Dio, sia Dio unico col Padre. Una pulsazione d’amore, come se l’Amore guardasse se stesso e non si riconoscesse bastante a se stesso: doveva creare altri oggetti d’amore. E tutto questo sin dal principio, cioè da sempre, perché il “principio” divino non è un prima di qualcosa, non è un luogo temporale, ma il Suo modo di essere. Nel Suo amore c’è un progetto, esistito da sempre, e in questo progetto il mio essere, che si sta sforzando di comprendere qualcosa, c’è da sempre, così come ci sei tu che stai leggendo. Il sentimento che si può provare dinanzi a questo concetto non può che essere stupore. Dio, che è amore infinito e che può esprimersi nel Figlio dal quale è ricambiato alla stessa maniera in modo assolutamente incomprensibile, fino a rivelarsi nello Spirito Santo, fino a essere Tre in Uno, non è soddisfatto. E’ l’apoteosi dell’amore che si esprime in un’esplosione coinvolgente tutto e tutti, che si spezzetta in miliardi di miliardi di scintille purificatrici e tutto riassume in sé.

“E Gesù si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, perché è innamorato di questa umanità agitata e tormentata dai suoi stessi sogni e desideri, dall’ignoranza di ciò che può essere bene per se stessa, come un bimbo ancora traballante sui piedi che ha la pretesa di scalare montagne; è innamorato perché, tutto sommato, la vede fragile e sempre in pericolo e la ama e vuole salvarla in ogni suo componente, testa per testa, anima per anima. E’ innamorato di ognuno di noi, siamo tutti gioielli che deve salvare dalle grinfie del nemico.

“E Gesù si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, Egli che è luce, è venuto a spaccare le tenebre per conquistare e trasformare le anime da esse tenute prigioniere. Se alcune si sono lasciate illuminare, altre non l’hanno riconosciuto e, colmo dei colmi, proprio coloro che dicevano di aspettarlo, non l’hanno accolto. Gesù si è incarnato per tutti, ha lasciato l’etere per condividere la limitatezza dell’uomo, per abbracciarlo, strapparlo alle fauci del maligno e toglierlo dal regno del dolore e della schiavitù, da un servilismo inconsapevole, ma ugualmente angosciante.

Egli è venuto per rivestire della sua divinità chi lo accoglie e per spogliarlo dell’ansia del nuovo, dal momento che il nuovo lo riceve una volta per tutte dalla Sua croce. L’uomo guadagna la pace per merito del suo Signore!

Cielo e terra si sono uniti indissolubilmente in una mangiatoia e niente potrà più dividerli, né la presunzione dell’uomo né la rabbia del maligno che dovrà assistere, impotente e traboccante veleno, alla redenzione dell’odiata umanità, nel fulgore del sacrificio divino sulla croce. La luce spazza via le tenebre dal cuore che l’accoglie, la gioia della verità dà un senso a ogni evento prima giudicato gravoso, la sapienza apre l’orizzonte dell’ignoto, la vita sconfigge la morte una volta per tutte perché, anche nelle cadute, la misericordia avvolge l’anima ferita. Quale amore può essere pari a quello dell’Eterno, del Perfetto, del Soave che si china sul misero per farlo eterno, perfetto e soave?

“E Gesù si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, non per una trentina di anni o poco più, ma per sempre. Egli volle un’incarnazione perpetua che si realizza ogni volta che ci accostiamo a Lui e accogliamo in noi la Santissima Eucaristia. Egli è l’Emmanuele, sempre a nostra disposizione per accompagnarci nel difficile cammino apparecchiato nel mondo dal nemico. Noi diciamo di essere suoi servi, ma dimentichiamo che Gesù è il vero, grande Servo che ha lavato i piedi agli apostoli, che ha seguito Giairo per restituirgli la figlia, che ha mutato l’acqua in vino per la gioia degli sposi, che ha guarito e insegnato, tutti segni di servizio fino a quello estremo di donare la vita per noi. Ha indossato il grembiule fino alle estreme conseguenze per farsi accogliere da noi e darci il potere di diventare figli di Dio. Non può rinunziare a noi, perché tutto è stato fatto per mezzo di Lui e siamo la parte migliore di una creazione buona, anzi “molto buona” (Gen 1, 31). Il Padre creò per mezzo del Figlio nello Spirito Santo, siamo il frutto della Perfezione assoluta.

Se il Verbo si è fatto carne, se l’Infinito si è rivestito di finito, se l’Eternità è entrata nel tempo, a noi non resta che accogliere un simile dono e lasciarci lavorare fino a diventare gli uomini di Dio. Prima della nascita di Gesù erano considerati uomini di Dio i separati, quelli che osservavano la legge e non stavano a contatto con i malati e i pubblicani per non esserne contaminati, ma dopo di Gesù tutto cambia: gli uomini di Dio sono i servi che si sporcano le mani con ogni genere di umanità. Se Dio è sceso e si è vestito della nostra carne, noi non possiamo allontanarci da essa, ma restarvi immersi, perché proprio lì troveremo il nostro Signore. Tuttavia questo sarà possibile solo se ci saremo dissetati alla sorgente dell’Amore, permettendo a Gesù di incarnarsi in noi quando ci comunichiamo con il cuore aperto e desideroso di rispondere alle sue richieste.

Non è poi tanto importante bruciare le meningi per capire in profondità certi fatti, certe parole, certe frasi. Decisivo è abbandonarsi nelle braccia del Signore nostro che sa trovare il modo di farci comprendere la sua volontà. Beata la vecchietta che corre dinanzi al Tabernacolo offrendo se stessa con le sue povere parole e riesce a bere l’Amore puro che la conformerà al suo Signore senza che ne sia consapevole.

Come lei andiamo spesso ad abbeverarci a questa sorgente e poi indossiamo il grembiule per servire i fratelli nei loro bisogni materiali e spirituali.

 

“In principio il Verbo si fece carne” e per sempre vi resterà!

''Cose di famiglia'' di Rosy Romeo

''Cose di famiglia'' di Rosy Romeo

Cose di famiglia

 

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo, restarono stupiti, e sua madre gli disse: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. Ed egli rispose loro: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

                                                                                                           (Lc 2, 41-52).

 

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Dopo aver contemplato nel Presepe la Famiglia concepita da Dio come sacramento dell’amore, ecco che ci troviamo a osservarne la crescita, con un padre e una madre trepidanti per le prodezze del figlio. Noi siamo portati a pensare che la Sacra Famiglia sia stata risparmiata dalle difficoltà comuni, che sia stata sempre impregnata di una comprensione reciproca da favola, idilliaca, ma non è così. Forse di proposito Luca non indica Giuseppe e Maria per nome, perché possano rappresentare tutti i padri e le madri che si trovano disorientati di fronte a certe scelte incomprensibili di un figlio ancora adolescente. L’unico nome che campeggia in questo brano è quello di Gesù perché è il vero protagonista di questa famiglia. Egli non ha ancora tredici anni, eppure si comporta come un adulto allontanandosi dai genitori senza consultarli. E’ consapevole della sua missione, il suo “salire” a Gerusalemme denuncia il desiderio di compierla e di sostare nel Tempio, luogo in cui si parla delle cose del Padre suo. A dispetto di coloro che pensano che Gesù abbia compreso la sua missione a poco a poco, come un comune mortale, Egli dimostra di sapere bene fin dall’inizio cos’è venuto a fare sulla terra e, nella risposta alla madre, rivela chiaramente di sapere chi è il suo vero Padre. In Lui è già viva l’ansia di iniziare il suo lavoro e quindi sta “in mezzo ai dottori” a discutere sulla Parola, ad ammaestrare nella verità. Egli è a Gerusalemme dove tutto deve essere portato a compimento, dove “salirà” sulla croce. Per tre giorni rimane nascosto ai genitori e ai parenti, così come per tre giorni dovrà sostare nel ventre della terra causando paura e disperazione nei suoi discepoli che temeranno d’averlo perduto per sempre. E’ qui la prima rivelazione della figliolanza divina, in questo sorprendente quanto austero rimprovero del fanciullo Gesù: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”, come sarà l’offerta sulla Croce : “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23, 46) e l’annuncio consegnato alla Maddalena, inviata a informare gli apostoli della sua Resurrezione: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro” (Gv 20, 17), dopo aver assolto in pieno il suo compito accogliendo gli uomini nel seno della sua Famiglia, quella eterna.

Però mancano circa trent’anni perché si avveri il desiderio di questo ragazzo che lascia di stucco l’uomo e la donna cui è stato affidato per introdurlo nel mondo fisico, un giovinetto che tutti conoscono come il figlio un po’ strano di un carpentiere. Ora deve rientrare nella famiglia terrena, scendere nella carne e tornare a Nazareth, dove l’aspetta la vita semplice e ordinaria di un adolescente qualsiasi, uno che deve stare sottomesso all’autorità dei genitori e imparare il mestiere del padre. Come tale, deve continuare ad assumere su di sé tutte le caratteristiche di un uomo normale, mostrando agli occhi del mondo come un bambino debba crescere, in seno alla famiglia, in sapienza e grazia secondo il disegno di Dio.

La famiglia di Nazareth è di esempio a tutte le altre, non perché viva nella straordinarietà del divino, ma perché santifica l’ordinarietà del terreno. Giuseppe e Maria non capiscono cosa debba fare Gesù, lo contemplano mentre nasconde la sua divinità in una carne simile alla loro e ne sconoscono il futuro. Maria deve fidarsi del mistero ricevuto durante una visione e Giuseppe non deve dubitare di un sogno.

Qualcosa di simile, anche se in versione ridotta, accade in ogni famiglia. In fondo, in ogni figlio è nascosto un mistero. Nel pargolo che sgambetta fra i merletti della culla sotto gli occhi compiaciuti dei genitori, è nascosto il progetto di Dio, adatto proprio a quel bimbetto, cucito con arte sul suo DNA, unico e irripetibile. Forse loro aspettano che il figliolino realizzi i sogni che non hanno potuto soddisfare da se stessi, forse si stupiranno di scoprire dopo qualche anno che le tendenze di quel figlio sono molto lontane dalle loro aspettative e ne saranno contrariati. Molti genitori fanno di tutto per formare i figli a loro somiglianza e in questo modo ostacolano il progetto divino. Ma guardiamo all’esempio della Sacra Famiglia, tessuto di silenzio e attesa. I figli appartengono a Dio, solo a Lui! Ogni bimbo che nasce ha una missione da svolgere e padri e madri, che ne sono i custodi, devono prenderne atto e, pur non comprendendo, devono adoperarsi per facilitarne il cammino, difendendolo anche dalle intrusioni delle mentalità avverse.

Può così verificarsi il caso di una ragazza che ha lo spirito della missione e intende partire verso luoghi lontani e pericolosi, anche se i genitori hanno sempre svolto la loro vita nel piccolo paesello in cui sono nati, senza avere mai la curiosità di fare qualche esperienza al di fuori di esso. E può succedere persino che un personaggio ricco e potente debba rassegnarsi ad accettare la decisione di un figlio che rifiuta di studiare perché il suo vero interesse è lavorare per fare splendere le strade della sua città.

Diventare missionari oppure operatori ecologici, o qualsiasi altra cosa, ha la stessa importanza agli occhi di Dio, perché non è il guadagno o la stima altrui a nobilitare l’uomo, bensì l’amore e la donazione di se stessi per il bene e la gioia del prossimo.

 

Nessun essere umano dovrebbe essere ostacolato nello svolgimento della missione che il Padre gli ha affidato. Probabilmente sta in certi ostacoli subiti in gioventù la spiegazione di tante insoddisfazioni e inquietudini.

''E' nato'' di Rosy Romeo

''E' nato'' di Rosy Romeo

E’ NATO!

 


Eccolo qui Gesù, un bambino come un altro, contemplato dalla sua mamma, una come tutte le altre che adora un figlio venuto dal mistero dell’eternità. Un bimbo nato povero e destinato a diventare un re particolare, il Re Dio.

I giorni che ci avvicinano al Natale dovrebbero far crescere nei cuori quel senso di attesa che riempie il petto della donna che porta in grembo un figlio. Un’attesa trepida, fatta di speranza e preoccupazione per lo stato di salute del proprio bambino. Bello indugiare in quella mezzanotte magnifica, ora scelta dalla Chiesa per renderci più concreto un fatto cui non abbiamo assistito, ma che ha sconvolto il mondo fino a oggi. La domanda è: noi, gente smaliziata del ventunesimo secolo, ci lasciamo sconvolgere da questa nascita o viviamo il tutto come una bella tradizione che ci distingue dalle popolazioni non cristiane? Ci lasciamo stupire da quest’evento come i pastori di quella notte, assurda se guardata con occhi umani? Quegli uomini, giudicati impuri dai loro contemporanei, esclusi dalla vita sociale e religiosa del tempo, rimasero abbagliati da una luce. Poveri e analfabeti, ultimi fra gli ultimi, furono proprio loro i prescelti da Dio, mandati per primi ad adorare il Salvatore. Li immagino lì in aperta campagna, esterrefatti e senza parole, alzarsi lentamente e muoversi come in sogno e senza commentare. Non pensarono neanche che per legge non avrebbero potuto avvicinarsi ad alcunché di sacro, presero qualcosa di ciò che avevano a disposizione e si incamminarono, ancora ipnotizzati da quella luce. Quando giunsero a destinazione, sempre più sbalorditi, si inginocchiarono ammutoliti dinanzi a un bambino che non aveva niente di diverso dai piccoli messi al mondo dalle loro donne. Ma non fecero paragoni, non si chiesero, alla maniera dei sapienti, come un pargolo, che non aveva avuto neanche una casa decorosa per nascere né pannicelli signorili, potesse essere il loro salvatore, il Cristo Signore.

Dovevano amarlo o averne paura? Non si chiesero neanche questo, erano persone semplici, erano i piccoli di Dio. Non riesco a immaginare come il nostro animo possa essere simile al loro. Siamo persone istruite, intelligenti, abbiamo tante distrazioni e il silenzio in cui i pastori vivevano, sprofondati nella quiete della natura e lontani dalla società turbolenta, non sappiamo neanche cosa sia. Noi abbiamo perso la facoltà di stupirci e restare in silenzio. Ma il Signore Gesù parla in quella condizione. Forse per questo non ci meravigliamo più, perché non lo sentiamo. Ed è un vero peccato! Neanche possiamo immaginare l’incanto del rapimento celeste che perdiamo.

 

 

 

''Benedetta tu'' di Rosy Romeo

''Benedetta tu'' di Rosy Romeo

Benedetta tu

 

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto” (Lc 1, 39-45).

 

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Maria “si alzò”.

Questa è la posizione della persona piena di Spirito Santo. Non è nelle sue intenzioni rimanere seduta, riposare, perché sa che c’è sempre chi ha bisogno di qualcosa, un aiuto, un po’ di ascolto, un pizzico d’affetto.

Elisabetta era in avanzato stato di gravidanza, era anziana e Maria era sicura che aveva bisogno di essere aiutata. Anche lei era incinta e il viaggio che affrontava, lungo e difficoltoso, avrebbe potuto mettere in pericolo il bimbo che portava in grembo. Un’altra donna avrebbe fatto questo ragionamento, ma Maria era tranquilla, perché sapeva che l’esserino che portava in grembo era voluto da Dio e Dio porta sempre a termine le opere che incomincia. Andò dunque Maria, senza indugio, felice di poter essere utile secondo la volontà del suo Signore ed era tanta la sua gioia che non vide nemmeno il padrone di casa, Zaccaria, cui avrebbe dovuto rivolgere il saluto per primo. Non aveva occhi che per la cugina alla quale fu legata subito dall’afflato dello Spirito Santo. Due donne in attesa, una di fronte all’altra, l’una madre del Salvatore e l’altra del suo profeta, fuse entrambe nella luce di Dio che le avvolgeva e le compenetrava fin quasi a far comunicare i due bambini, ancora racchiusi nei loro grembi. Non erano indovine: l’Angelo Gabriele aveva rivelato a Maria il mistero grande di cui sarebbe stata portatrice e lo Spirito Santo aveva avvolto Elisabetta rivelandole che la cugina era la madre del suo Signore. L’anziana donna si lasciò impregnare dallo Spirito in profondità, tanto che il bambino sussultò, forse già consapevole di dover essere il precursore del Messia e lei stessa benedisse la Madonna con le parole che ispirarono poi la dolce preghiera dell’Ave Maria. La proclamò beata, non perché fosse la madre di Gesù, ma perché aveva creduto. Aveva creduto a tal punto da correre il rischio di essere lapidata, perché questo era il destino delle ragazze che concepivano fuori del matrimonio. Aveva creduto così pienamente da intraprendere senza esitazione un viaggio pericoloso perché sapeva che niente avrebbe potuto strappare quel bimbo dal suo ventre.

Il segreto di tutto ciò era chiuso in una parolina che si pronunzia con un suono lungo quanto un respiro: SI’! Ma è un respiro che cambia tutta la vita, che stravolge ogni situazione, che cambia perfino i colori di ciò che ci circonda. Con un “sì” di quella portata, si rinnega tutto ciò che prima ci affascinava, si abbandonano i progetti ritenuti di estrema importanza, si dimenticano le esperienze che in tempi precedenti ci avevano dato qualche mollica di allegria. Le molliche si disperdono facilmente, vengono disciolte da poche gocce d’acqua o digerite in un batter d’occhio. E dopo? Dopo tornano le difficoltà, le invidie, le divisioni, le ansie e con esse la fatica per nasconderle o camuffarle e trascinare una vita che non dà soddisfazione. Tutto questo avviene nelle anime che percorrono la loro strada senza Dio. Esse annaspano in un mare oppresso da una nebbia intensa che nasconde i pericoli, per poi abbatterli su di loro all’improvviso, privandole anche dei mezzi di difesa. Chi si trova in questa infelice condizione, cerca in tutti i modi di porvi rimedio e si affanna a cercare una valvola di sfogo per la sua anima sofferente, vagando per strade diverse, il lavoro, le amicizie influenti, la famiglia magari allargata, la politica, nei casi peggiori la dipendenza da droghe, alcol, internet. Tutte strade asfaltate dall’uomo, destinate all’usura del tempo, nella maggior parte dei casi brevissimo.

Ben diversa è la strada progettata dal Padre che ha un disegno ben definito per ognuno dei suoi figli. Camminando su questa strada, per quanto irta e difficile possa essere, come certamente fu quella percorsa da Maria, nell’adempimento della volontà divina si viene immersi nella luce dello Spirito Santo che ci fa gustare la gioia piena e ci conduce verso spazi sconfinati d’amore per gli altri, in cui l’anima sarà affrancata dalla schiavitù della mentalità mondana e troverà riposo. Ma dovrà pronunziare quel “sì”, dovrà respirarlo a pieni polmoni, dovrà rivestirsene come d’una veste pregiata.

Non è andando in chiesa che si dice il sì fatidico, ma lasciandosi abbracciare dalla croce del Cristo che genera in noi germi di passione per i fratelli verso cui saremo spinti “in fretta” con le mani tese. L’andare in chiesa è il principio di un cambiamento, il sostegno per la perseveranza, il completamento di un programma di adesione a Cristo. Può sembrare strano parlare della croce in un periodo in cui si contempla la gestazione di Maria e la nascita di Gesù, ma in realtà Gesù abbraccia la sua croce già dai primi palpiti, proprio Lui, Dio, che si spoglia per vestirsi di carne mortale, che nasce nel bisogno, che cresce come un ragazzo qualsiasi, anonimo e sottomesso, che percorre strade polverose senza avere spesso un giaciglio per dormire e andare in fretta a Gerusalemme dove la sua croce arriverà al suo compimento. E quella croce fu il trono da cui governerà il Regno nei secoli dei secoli. Anche per Gesù ci fu un sì totale, proferito dall’eternità fino al “Tutto è compiuto” (Gv 19, 30).

Non ci sono dubbi, il sì che dobbiamo pronunziare deve essere totale e impavido, anche se deve attraversare sentieri scoscesi, un sì sicuro di essere nel cuore del Padre che ha già confezionato la corona di gloria per chi l’ha detto con convinzione, un sì che allargherà i confini del Regno strappando al nemico anime prima senza speranza.

''Che fare'' di Rosy Romeo

CHE FARE?

 

In quel tempo, le folle lo interrogavano: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva: «Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che dobbiamo fare?». Rispose: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe».

Poiché il popolo era in attesa e tutti si domandavano in cuor loro, riguardo a Giovanni, se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene uno che è più forte di me, al quale io non son degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Egli ha  in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile».

Con molte altre esortazioni annunziava al popolo la buona novella (Lc 3, 10-18).

 

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Ricordo sempre il racconto di un’amica che si era recata in Africa e ne era tornata edificata, ma soprattutto mortificata, perché era stata costretta suo malgrado ad apprendere una lezione d’amore che mai avrebbe sospettato. Si trovava in un villaggio dove la povertà , realtà tangibile, era l’unica luce che teneva sveglio un nugolo di ragazzetti magri e tristi. Lei non mangiava dal mattino e aveva fame, ma non aveva dove nascondersi per consumare il cibo che aveva con sé. Così lo tirò fuori dallo zaino per zittire il richiamo dello stomaco, ma sentendo sulla pelle lo sguardo di una dozzina di pupille affamate, non riuscì a mangiare e offrì un pezzo del suo pasto ad uno di loro pensando che sarebbe scappato col suo bottino. Con suo grande stupore, vide che gli altri bambini si erano disposti in riga e il favorito divideva quel pane ormai raffermo dandone un pezzetto a ognuno e serbando l’ultimo per sé. Quella lezione pratica d’amore ebbe per lei un valore superiore a tutte le omelie che aveva ascoltato e a tutti i pasti da lei stessa confezionati nella Caritas parrocchiale usando il superfluo donato dai fedeli.

Ma conservo nel cuore altri ricordi: matrimoni, cenoni, anniversari e così via. Tavole imbandite d’ogni pietanza fino al voltastomaco e occhi famelici di tipi dalle pance prominenti e donne strette da busti elastici fino a far rientrare il grasso fra le costole, mentre ragazzine in linea fanno già i calcoli delle calorie per smaltire il superfluo nei giorni successivi. Se poi il banchetto è organizzato a buffet, ecco che, mentre con parole e sorrisi si ostenta un nobile distacco, gli occhi si allungano a valutare le varie leccornie, per poi gettarsi all’arrembaggio e aprirsi un varco a colpi di gomito.

Un contrasto stridente nel quale è impresa ardua inserire la voce di Giovanni che risponde alle domande del popolo con proposte di amore, onestà, rispetto dell’altro. Ammonimenti su fatti concreti, non sospiri, spalle ricurve  e dolci parole rivolte a un Dio fatto a nostra immagine e somiglianza. Il cristiano è una creatura fatta a immagine di Cristo, ben eretta, con gli occhi rivolti al cielo, i piedi saldamente poggiati a terra e le braccia allargate con le mani tese verso i fratelli. A guardarlo bene, è un crocifisso umano che vive una vita nuova alimentata dall’amore di Cristo che non si è limitato a stare unito al Padre nelle sue notti di preghiera, ma si è donato concretamente all’uomo con la sua carne martoriata.

Dobbiamo farci martirizzare? Non è detto che questo non ci venga richiesto un giorno, tanti nostri fratelli stanno già ricevendo il battesimo di sangue, ma per il momento ci viene consegnato un compito molto leggero al confronto: dare una parte del nostro vestiario a chi è nudo, cercare di non rimpinzarsi per avere di che sfamare l’affamato, condividere cioè i doni che il Signore ci ha dato in gestione. Non è necessario fare gesti clamorosi o atti eroici. Basta alleggerire l’armadio di qualcuno dei nostri giubbotti per sostituire qualche giacchetta sdrucita; non occorre avere un paio di scarpe per ogni vestito, ci sono quelli che camminano con scarpe dalle bocche aperte; non sprecare il cibo per riempire sacchi d’immondizia, è sufficiente comprare meno vivande per noi e qualcuna per chi ha fame. Si tratta semplicemente di condivisione, così come si fa all’interno della propria famiglia, poiché, alla fin fine, facciamo tutti parte di un’unica famiglia, la famiglia di Dio Padre. Amore è non approfittare della propria posizione per vessare i propri simili, è non frodare chi si fida o chi è ingenuo, è sacrificare un po’ di tempo dedicato ai nostri hobby per donare compagnia a un anziano solo, o aiuto a un bambino che ha difficoltà a scuola, o affrontare la fila nello studio medico per la prescrizione dei farmaci di un malato, solo per evitargli il disagio della sala d’aspetto.

Amore è anche annunziare il Vangelo con le parole e la vita, perdonare chi ci rende la vita difficile, spiegare la Parola per ispirare gli altri a immergersi nel mare ineffabile della misericordia del Padre, perché “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10, 8).

Noi siamo la “sposa” e Gesù è lo Sposo. La sposa fa grandi preparativi prima di presentarsi al suo sposo per essergli gradita, per mostrargli quanto apprezzi le sue attenzioni e pure perché lui possa vantarsene con gli amici. Quanto più noi dobbiamo preparare la nostra anima per il grande incontro! Ogni manifestazione d’amore per gli altri è una perla preziosa che adorna il nostro spirito per quel giorno benedetto.

 

Giovanni era innamorato della proposta divina, come tutti i profeti che l’avevano preceduto, e non faceva altro che mettere ogni individuo di fronte alla propria coscienza, perché nella coscienza è già impressa la legge dell’amore divino, offuscata dall’egoismo umano. I Giudei percepirono che annunziava qualcosa di veramente grande e nel profondo del cuore decisero di farne parte. Per questo chiedevano: “Che dobbiamo fare?”. Anche noi dobbiamo farci la stessa domanda con trasporto, senza paura, perché non c’è bisogno di stravolgere la nostra vita, basta orientare tutto verso la Luce che dà la Gioia e se non conosciamo esattamente qual è il punto cardinale verso cui volgerci, guardiamo la bussola, cioè il fratello carente in qualcosa, e nel servizio a lui scopriremo l’orientamento giusto e saremo avvolti dal sorriso di Dio.

''Preparate la via'' di Rosy Romeo

Preparate la via

 

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa , la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia:

“Voce di uno che grida nel deserto:

Preparate la via del Signore,

raddrizzate i suoi sentieri!

Ogni burrone sarà riempito,

ogni monte e ogni colle sarà abbassato;

le vie tortuose diverranno diritte

e quelle impervie, spianate.

Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!” (Lc 3, 1-6).

 

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Che strano quest’elenco di pezzi da novanta che vanno dall’imperatore romano, ben lontano dalla Palestina, ai sommi sacerdoti, dai quali dipendeva la vita spirituale, e non solo, dei Giudei.

Sembrerebbe fuori luogo, ma forse Luca, nominando personaggi storici, vuole sottolineare la veridicità degli avvenimenti. Fra questi avvenimenti ci sono le urla di una figura alquanto bizzarra, Giovanni, l’ultimo profeta che sta a cavallo fra il vecchio e il  nuovo: come gli antichi profeti, richiama il popolo al pentimento e alla conversione, ma è anche il precursore, colui che annunzia la venuta imminente del Salvatore. Lo fa nel deserto, luogo in cui Dio aveva portato i suoi figli per fortificarli e purificarli prima di farli entrare nella terra promessa, luogo in cui Gesù stesso si ritirerà per sperimentare la tentazione e vincerla, prima di iniziare la sua missione.

Questo ci fa capire che non può essere una condizione di agiatezza e rilassamento a favorire il cammino cristiano, ma sono le difficoltà e la privazione a far crescere un’anima che aspira a conoscere il proprio Dio e forgiarla per compiere la Sua volontà, esclusivamente per la Sua gloria, mai per soddisfare voglie di vanità. Non è per niente facile questa impresa, per quanto possa esserne forte il desiderio, perché i drappi colorati e olezzanti che Satana ci sventola sotto il naso, anzi dinanzi agli occhi spirituali, confondono e nascondono l’amore del Padre e hanno anche il potere di camuffare il male col bene, cosicché il cristiano sprovveduto non comprende più niente. In tale miserevole condizione, il poveraccio, essendo il male offerto su un piatto d’argento, bene edulcorato e mascherato, cade facilmente nella trappola e, ciò che è peggio, non ne è consapevole.

Bisogna faticare non poco per essere in grado di smascherare il nemico e allenarsi senza sosta per raggiungere il traguardo della santità. L’anima si trova costantemente in un terreno scosceso, pieno di alture difficili da scalare e burroni in cui rischia di precipitare.

Il deserto sembra essere il luogo ideale per imparare a riconoscere tutti i pericoli e superarli. Non ci sono distrazioni, solo il silenzio che però non spinge il nemico a tacere. Tutt’altro! Egli, schiumante di rabbia, si scatena con più furore, perché non può servirsi dei piaceri del mondo come azioni di disturbo, ma deve sforzarsi a più non posso per  rendere più appetibili i ricordi delle spensieratezze vissute e più esasperanti le contrarietà sopportate nelle tempeste dell’esistenza. Non si possono, tuttavia, vincere le battaglie contro le voglie del proprio intimo e le seduzioni provenienti dall’esterno, se prima non ci si prepara a discernere la volontà del Padre dalla nostra e persino da quella del malvagio. Questo si può realizzare solo nella quiete del distacco da tutto, mettendo a tacere le voci esterne e interne a noi. E’ veramente necessario il silenzio, perché questo è lo stato in cui Dio parla al cuore. Dove c’è frastuono, non si può udire la musica della Parola; dove mille immagini passano dinanzi agli occhi, non si può contemplare la Croce; dove c’è il divertimento futile, si dilapida la gioia profonda e perenne, anche se non visibile; se si ama il tempo, non si percepisce l’eternità; se si è gelosi del proprio spazio, non si può spaziare nell’infinito.

 

C’è un gran lavoro da fare nella nostra anima, c’è da spianare un terreno aspro, fatto di odio e voglia di vendetta, e brullo, perché non irrigato dalle lacrime del pentimento; c’è da colmare fossati enormi con opere di solidarietà materiale e spirituale che spesso trascuriamo; c’è da dissodare zolle dure quanto tutta la nostra vita per coltivare il giardino interiore ricevuto dal Creatore. Se imitiamo Giovanni che continua a sgolarsi nei secoli per ammorbidirci il cuore e forse non è ancora riuscito a farsi sentire, se prepariamo la via per percorrere la verità che ci porta alla vita, se accogliamo quel Bambino speciale che si prenderà cura di noi, nutrendoci con la Sua parola fino a farci apprezzare persino la Sua stessa croce, non c’è da dubitare che diventeremo missionari di un deserto destinato a fiorire. 

Alzate il capo

'Alzate il capo'' di Rosy Romeo

Pubblicato il da Rosy e Salvo

Alzate il capo

“In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: - Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo” (Lc 21, 25-28.34-36).

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Fra poco celebreremo il Natale. I nostri cuori si scioglieranno nelle sdolcinatezze proprie di questo periodo, come ogni anno, per poi ritornare alle abitudini egoistiche di sempre. La bontà che dimostriamo nei giorni in cui ricordiamo la prima venuta del nostro Signore viene consegnata alla fata Smemorina, come se inconsciamente avessimo voluto fare un regalo al Bambinello, simile a quelli che depositiamo ai piedi dell’albero natalizio per i nostri bambini. Non pensiamo che siamo noi a ricevere un regalo, il dono sommo di un Dio fattosi uomo, sceso una prima volta per mostrarci la Via e che tornerà per raccogliere quelli che l’hanno percorsa. Il tempo che siamo chiamati a vivere fino alla festa che piace di più ai cristiani, l’avvento, è tempo di attesa di un avvenimento clamoroso, incredibile, cui siamo ormai così abituati da non riuscire a capirne il senso vero. Non ci si chiede cosa si aspetta o, per meglio dire, ci si aspetta di vedere luci intermittenti ai balconi e nelle vetrine dei negozi, che portano un surrogato di gioia in un secolo che non conosce la vera gioia. Si preparano presepi, ma non si fa un presepe del proprio cuore, si addobbano alberi per rispettare una tradizione che non ha neanche origini cristiane, essendo presente già in culture molto antiche, come simbolo della vita. Era perfino sacro a Odino, un dio dei Germani. Fu poi adottato dai cristiani nel Medioevo come simbolo di Cristo.

Ad ogni buon conto, il periodo natalizio serve spesso per accantonare le difficoltà della vita e le angosce di questa epoca travagliata. Andiamo verso la festa per avere un po’ di respiro da questi affanni, per commuoverci dinanzi alla statuetta del Bambino Gesù, scoprendo che la commozione fa bene al cuore, che lo scampanio può far trascurare per qualche ora i rumori della vita moderna, che è piacevole riscoprire la bellezza dello stare insieme nella pace.

Ma la Parola di oggi ci illustra un’attesa ben diversa, qualcosa che, bisogna riconoscerlo, mette in agitazione. Di solito si resta fermi alla prima venuta di Gesù e non si riflette sul fatto che è solo l’inizio della missione del nostro Signore. Quando sarà il tempo stabilito dal Padre, questa missione giungerà al suo compimento con il ritorno glorioso di Colui che ha dato la vita per noi e che da noi aspetta amore e dedizione, ma non verso le statuette rosee adagiate nelle mangiatoie di porcellana o legno o qualsiasi altro materiale inanimato, bensì verso le mani tremanti d’un anziano malato, o verso le mani sporche di un barbone che invece della paglia, usa la carta di giornale per riscaldarsi, o ancora verso chi ha macchiato il candore dell’infanzia con i mali più gravi e spera in un perdono risanatore.

Gesù verrà a liberare i suoi figli, li strapperà dalle fauci del maligno che si sta dando un bel da fare per rapirglieli. I seguaci del Cristo sono vessati da mille catastrofi, dei generi più svariati, dalla fame alla discriminazione razziale o religiosa o culturale, dalle epidemie alle guerre, dai terremoti alle violenze più efferate. Ed esiste, purtroppo, una calamità più grave perché si insinua subdolamente nella mente con lo stile che si addice a Satana, che usa parole suadenti mascherate di bene, crea effetti speciali per incantare l’intelligenza, ruba la nostra capacità di discernimento per renderci incapaci nella difesa della fede. Già da qualche anno in alcuni luoghi si celebra “il rito della luce” nel solstizio d’inverno, spacciandolo per una celebrazione buona e santa e nascondendo che si tratta invece di un rito pagano di stile massonico. Ed è proprio di oggi la notizia che un certo signore, preside dell’Istituto comprensivo Garofani di Rozzano (MI), in nome della “laicità della scuola pubblica” e nel rispetto delle altre religioni ha eliminato i Crocifissi dalle aule e ha cancellato il Concerto di Natale, trasformandolo nel saggio musicale “Festa d’inverno” da tenersi il 21 gennaio, vietando i canti natalizi. Un vero e proprio attacco alla nostra fede camuffato con l’idea del rispetto degli altri. Bravo! Ha avuto il suo momento di gloria davanti alle telecamere, ma quando sarà davanti al Signore, alla fine dei tempi, dove sarà questa piccola gloria momentanea e irrispettosa, non solo verso Dio, ma anche verso i suoi figli tanto amati che, a sua disdetta, siamo ancora numerosi? E pensare che proprio in questi giorni il Papa è andato in un covo di terroristi per testimoniare l’Amore! E non è il solo a vivere nel pericolo per lo stesso motivo. Sono questi i veri uomini, quelli che tengono ancora fermo il braccio di Dio. Ma non basta, tanto che disastri paurosi e progetti ambigui continuano a sferzare l’anima e mettere la fede a dura prova. Niente sarà più sicuro e per tale motivo l’uomo desidererà scomparire dalla terra.

Non possiamo negare che tutto ciò è già in atto in maniera così evidente, da far pensare che non è possibile che possa ancora peggiorare. Tuttavia, poiché il Signore ancora non viene, c’è da aspettarsi di molto peggio e l’uomo trema e cerca in tutti i modi di sconfiggere la paura tuffandosi nei piaceri più sfrenati e aggravando la situazione. Ma Gesù non ci lascia soli in queste tremende situazioni, ci spiega come poter affrontare il male e superare il terrore, ci dice di pregare per riconoscere i segni dei tempi e, una volta riconosciuti, sollevarci e alzare il capo, perché mentre gli abitanti della terra soccomberanno, i figli di Dio saranno sollevati alle altezze celesti. E ci ricorda di stare sempre all’erta, di non lasciarci distrarre neanche dalle nostre stesse sofferenze e preoccupazioni e, men che meno, da divertimenti terreni poiché è facile cadere e perdersi. Se veglieremo, non ci perderemo e sapremo attendere con fiducia la Sua venuta.

Allora sarà il nostro Natale!

''Piccoli'' di Rosy Romeo

PICCOLI

 

“….. Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: - Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso -. E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro” (Mc 10, 2-12).

 

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Ecco ancora una volta il chiaro contrasto tra la mentalità dell’uomo e il pensiero di Dio. Il bambino è per sua natura un essere indifeso, immaturo, ancora senza esperienze né conoscenze. Comprende solo la presenza o mancanza di amore e, anche questo, non per un processo razionale, ma per percezione inconscia. Per di più, per i contemporanei di Gesù, i bambini non avevano nessuna importanza, appartenevano alla categoria degli “ultimi”, senza altro diritto che obbedire. Stare con loro era, a voler essere elastici, una perdita di tempo per un rabbi. I discepoli erano perfettamente integrati nella cultura del tempo, per cui ritenevano loro dovere liberare il Maestro da simili fastidi. Ma tutto funzionava al contrario con Gesù e invece di essere lodati per il loro zelo, vennero rimproverati pubblicamente. Se fossero stati schiaffeggiati fisicamente, forse il loro sbalordimento sarebbe stato meno travolgente. Se non altro, sarebbero stati in grado di chiedere spiegazioni, ma in quel modo non potevano che restare senza parole. Tutta la loro cultura andava a gambe all’aria. Quel maestro, così strano che toccava gli impuri e le prostitute, che chiamava i peccatori e abbracciava i bambini!

 

Ci possono sembrare cose strane queste classificazioni in categorie decorose e sconvenienti stabilite dagli Ebrei di quel tempo, ma anche noi, cittadini liberi dei paesi civili del terzo millennio, decretiamo le nostre divisioni, magari sottovoce, e arricciamo il naso quando ci scontriamo con i sottogruppi da noi stessi fissati. Possono essere gli ignoranti, i clochard, gli omosessuali, i delinquenti incalliti, i tossici. Anche noi pensiamo diversamente da Dio, malgrado siano trascorsi due secoli di cristianesimo. Anche noi ci sconvolgeremmo se vedessimo Gesù tendere la mano verso i nostri “ultimi”. Gesù ha rivoltato la scala sottosopra e ha messo gli ultimi in cima e i benpensanti ai piedi. Questo, non perché approvi la negazione del bene che può trovarsi in tali tipologie di individui, ma perché essi, essendo a conoscenza dei loro limiti, sono più aperti alle carezze del Cristo. Chi, invece, ritiene di essere al di sopra di coloro che non rispondono ai loro canoni di decoro, rimane chiuso nella prigione della propria superiorità. Per salire la scala che porta al Padre occorre, quindi, farsi piccoli, spogliarsi di ogni sovrastruttura sociale e intellettiva, diventare leggeri e confidenti e farsi compagni di viaggio di tutti gli uomini, di qualsiasi estrazione sociale e levatura morale. Non dobbiamo dimenticare che ama di più colui cui viene perdonato di più (Lc 7, 47). Quando saremo stati capaci di gettar via tutti i fardelli che ci sembrano necessari e decorosi, saremo nello stato dei bambini che Gesù abbracciava e nel perdere ogni cosa avremo guadagnato tutto. 

''Abbiamo visto'' di Rosy Romeo

“ABBIAMO VISTO”

 

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: “Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva”. Ma Gesù disse: “Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa……..”. (Mc 9, 38-43.45.47-48).

 

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Abbiamo una vista molto acuta quando si tratta di scrutare il comportamento degli altri. Non è un vizio dell’uomo moderno, è antico quanto l’uomo stesso e neanche gli apostoli ne erano esenti. La vista, poi, si fa ancora più acuta quando gli accusati non appartengono al proprio gruppo, quando sono estranei, sconosciuti che di certo non sono bravi e buoni e non seguono la stessa scuola di pensiero, la stessa religione, lo stesso maestro. Gli apostoli si sentivano importanti, pensavano di essere i prescelti, gli unici che avessero il diritto di compiere le opere di Dio. Non avevano ancora compreso che sì, erano i prescelti, ma per servire. Così erano posseduti da una specie di orgoglio di gruppo che dava secondo loro il diritto persino di giudicare: come avevano potuto essere quei tali tanto presuntuosi e irriverenti da usare il nome di Gesù e operare miracoli, addirittura scacciare demoni? Gli apostoli, fino a quel momento, erano come bambini di scuola elementare, avevano ancora tanto da imparare, proprio come noi.

Dopo due millenni, noi, cosiddetti seguaci di Gesù, siamo come bambini che non riescono a sillabare bene le parole d’amore del Padre. Non riusciamo a concepire e accettare che Gesù è sceso sulla terra per salvare il mondo, tutto il mondo. Ci sentiamo privilegiati per il fatto di appartenere alla Chiesa Cattolica, pensiamo di essere gli unici meritevoli di salvezza. Il punto è che nessuno è degno della salvezza, ma che questa è donata a tutti, perché Dio è il Padre di tutti, essendo tutti usciti dal Suo grembo. Basta accettarla questa salvezza, e i miracoli fioriscono anche per mezzo di persone che non sono della nostra Chiesa, perché, a conti fatti, non sono gli uomini a operare i miracoli, neanche i più santi. Li concede il Padre nel nome di Gesù per opera dello Spirito Santo che soffia su chi vuole, dove vuole e quando vuole. La fede in Gesù salva e scaccia il male e quando questo avviene, invece di arricciare il naso e negare agli altri il diritto di credere fermamente nel Cristo o, peggio, provare invidia, dovremmo essere felici perché, se si crede in Gesù, vuol dire che il suo Regno cresce e la sua gloria si fa più evidente agli occhi di chi non riesce a credere.

''Sia santificato il tuo nome''di Rosy Romeo

SIA SANTIFICATO IL TUO NOME

 

Il nome per gli antichi Ebrei era davvero una cosa seria, poiché si identificava con la persona nella sua essenza più profonda; nel nome sono le caratteristiche di tutta la persona. Quando Gesù diceva di chiedere al Padre nel suo nome, era come se dicesse di chiedere nella sua persona di Figlio. Per questo il nome di Dio dovrebbe parlarci della sua essenza. Ma chi può capire la sua essenza? Nessuno. Infatti gli antichi Ebrei non osavano pronunciare il nome di Dio che d’altra parte era impronunciabile, essendo composto di quattro consonanti senza vocali, il tetragramma, YHWH, come a significare: non si può pronunciare, quindi non si può capire, esattamente come Dio. Anche il suo significato è misterioso: “Io sono colui che sono!” (ES 3,14). Lui è! E’ giustizia, misericordia, amore. E’ passato, presente, futuro. E’ vita, felicità, eternità. E’ creazione, dono, attrazione. E’ Uno ed è Tutto. E’ principio e fine, alfa e omega. Come può entrare nella nostra piccola mente l’essenza di Dio? Egli si fa piccolo e si fa grande, è padre ed è madre, ci possiede e si fa possedere. Nel suo nome è tutto questo e altro ancora, all’infinito. E nella prima domanda del Padre Nostro chiediamo che sia santificato il suo nome. A una lettura superficiale sembrerebbe che noi dobbiamo santificare il nome di Dio e quindi Dio stesso. Ma noi non possiamo santificare nessuno, nemmeno noi stessi. Per quanti sforzi possiamo fare, non riusciremmo mai a farci santi. Nella Bibbia infatti troviamo che il giusto pecca sette volte al giorno (Pro 24, 16) e, se pensiamo che il numero sette indica la completezza, dobbiamo concludere che siamo perfetti peccatori, altro che santi. Solo Dio santifica, con un dono gratuito che aspetta solo di essere ricevuto. Egli è la fonte della nostra santità: “Sarete santi perché io sono santo” (Lv 20,26). Col Battesimo abbiamo ricevuto questo dono incommensurabile, una pietra preziosa che dobbiamo custodire, una pianticella che dobbiamo coltivare. Il Signore è dentro di noi e noi abbiamo il dovere, e sarebbe più bello dire il desiderio, di coltivare il suo dono. In effetti, è così che viene santificato il suo nome, cercando in tutti i modi di accettare la sua santità ed esserne gelosi cosicché gli altri, vedendoci santi, possano riconoscere la santità di Dio: “…affinché vedendo le vostre opere buone diano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16). Un grande, certamente insuperabile, esempio è la Vergine Maria che ha riconosciuto la santità del nome di Dio e non ne ha fatto mistero: “Grandi cose ha fatto in me l’onnipotente e santo è il suo nome” (Lc 1, 49). Ma non si è limitata a riconoscerne la santità con il suo cantico di lode, ma l’ha fatta sua mostrandola a tutte le generazioni con la sua vita sempre obbediente, sempre docile, sempre abbandonata alla volontà del Padre. Lo ha fatto nel modo più semplice possibile, con le piccole attività quotidiane e con l’immenso dolore di madre di fronte a un Figlio che ha scelto la croce per amore di chi niente ha mai meritato. Basterebbe guardare quest’esempio e fare di tutto per imitarlo. Tuttavia noi lo domandiamo proprio al Padre perché gli diciamo: sia santificato. Quindi gli chiediamo di aiutarci a fare in modo che tutti diamo gloria al suo nome. In questo periodo in cui tante cose vanno male, guerre, odio, malattie, cataclismi, l’uomo è portato a prendersela con Dio, a chiedergli conto con rabbia del perché di tanti disastri. Invece siamo chiamati a testimoniare l’amore di Dio con la nostra fede, con la sicurezza che Dio opera sempre per il nostro bene. che non sempre noi comprendiamo, e cioè che il nostro bene non è di questo mondo, ma dell’eternità. La nostra fede, la nostra speranza, il nostro amore non possono passare inosservati. Se per alcuni possono essere scambiati per follia, per altri mostrano la luce del Signore. In tal modo questi ultimi possono imparare a vedere le meraviglie operate dal Signore e riconoscere la sua santità. Questa è la nostra grande responsabilità: vivere in Dio e per Dio affinché chi ci osserva sia portato a benedire, lodare, esaltare il nome del Signore. E possiamo essere sicuri che non ci mancherà il suo aiuto se decidiamo di stare con Lui in tutto e per tutto. Magari saremo fortunati e potremo constatare i miracoli che ancora oggi il Signore compie in mezzo al suo popolo, come il pentimento di peccatori incalliti o la conversione di qualche ateo. Sono questi i miracoli più grandi, quelli spirituali, poiché non vi è niente di più grande e prezioso della salvezza, della vita eterna.

 

 

 

 

''Meditazione sul Padre Nostro'' di Rosy Romeo

Che sei nei cieli

 

Quando preghiamo e diciamo “Padre nostro che sei nei cieli”, siamo portati ad alzare gli occhi al cielo, pensando che Dio sia lassù, nel cielo azzurro. Così, però, siamo tentati di sentirlo lontano da noi, infilato in uno spazio definito, dato che il cielo che noi vediamo è una piccolissima fetta di un cosmo sconfinato e questo spazio immenso è troppo per noi. In tal modo sarebbe distante, astratto. Che padre sarebbe se mantenesse le distanze da noi? No, l’espressione “i cieli” non rappresenta un posto fisico, ma indica la sua maestà e nello stesso tempo la sua umiltà nell’insediarsi nel cuore dei suoi amati. E’ una dimensione particolare che ci permette di essere suoi figli, di sentirci suoi e sentirlo nostro, il preludio del Paradiso.

Nel Vangelo secondo Luca questa espressione non è riportata poiché Luca si rivolge ai pagani di cultura greca che non avevano conoscenza delle Scritture, mentre Matteo si rivolge agli Ebrei convertiti al cristianesimo che conoscevano molto bene l’Antico Testamento. Per gli antichi Ebrei il cielo era come un telo che sosteneva le acque al di sopra del cielo stesso, su cui stava il Trono di Dio. Nel linguaggio della Bibbia essere o abitare nei cieli significa essere molto diversi da noi. Infatti, l’uomo è legato allo spazio e al tempo, per cui, se si trova in un luogo, non può essere in un altro né può tornare a vivere il giorno prima o anticipare il giorno dopo. Dio, invece, è in ogni luogo e in ogni tempo. Se abita nel mio cuore non ha lasciato il tuo e contemporaneamente si trova fra i suoi figli perseguitati in Pakistan e in qualsiasi altro luogo. Questo ci dà una grande responsabilità, poiché non possiamo permetterci di perdere l’occasione di ospitare Dio nel nostro cuore, dobbiamo sforzarci quanto più è possibile di mantenerlo puro, coltivando la pianticella dell’amore che comunque ci è donata. Infatti: “Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (Gv 4, 16) e “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (1Cor 3,16).

Non è sbagliato alzare gli occhi al cielo quando preghiamo il Padre. Gesù pregava così. Sta a indicare chiaramente che la paternità di Dio è di natura nettamente superiore a quella terrena. L’alto indica la trascendenza, l’infinito. Nell’Ascensione gli Apostoli contemplarono Gesù che saliva verso l’alto. Quindi è bello stare a pregare dritti, in piedi, da risorti, guardando in alto per contemplare anche noi, con gli occhi dell’anima, Gesù nel Padre, e con le mani alzate, nell’atto di offrire la nostra umanità e accogliere la sua divinità. Tuttavia non è sbagliato nemmeno raccogliersi in se stessi, magari a occhi chiusi, perché il Padre è dentro e fuori di noi; ovunque Lo pensiamo Egli è. Pregare raccolti esprime un grande desiderio di purificazione e unione con Dio. Non possiamo rischiare di perdere l’occasione di ospitare Dio nel nostro cuore e contemplarlo di continuo. Una volta gustata la sua presenza, non se ne può fare a meno, e se, per nostra disgrazia, dovesse capitarci di perderla a causa del nostro egoismo, poveri noi. Nel nostro cuore si aprirebbe una voragine incolmabile. Spesso non crediamo o non pensiamo che il Padre ci sia così vicino, che possa essere un tutt’uno con la nostra anima, un’unità che noi scindiamo solo col peccato. Siamo fatti a sua immagine e somiglianza e questo non significa che Dio ha gli occhi, i capelli, le gambe, ecc., ma che siamo fatti di amore, di luce, di gioia immensa. Ogni anima è un cielo in cui il Padre si compiace di abitare, vi si trova a suo perfetto agio. Che dimora potremmo preparare noi, misere creature, per Lui? Ha provveduto da sé a costruirsela come uno dei suoi cieli. A noi il compito di mantenerlo sgombro da nubi. Riporto un brano tratto da “Le mie confessioni” di S. Agostino, che molto bene rende ciò che voglio dire: “Tardi ti ho amato, Bellezza così antica e così nuova, tardi ti ho amato. Tu eri dentro di me e io fuori di me. Lì fuori ti cercavo e sulle belle forme che hai creato, privo di bellezza, mi gettavo. Tu eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle cose che non esisterebbero se non vivessero in te”.

Sovente speriamo che venga a trovarci un personaggio di riguardo per potercene gloriare con gli amici, ma chi può essere più illustre del Papà che ci dona la grazia più grande e cioè se stesso?

Meditazione sul ''Padre Nostro'' di Rosy Romeo

Padre Nostro

 

Quante volte recitiamo questa preghiera durante le nostre giornate! La diciamo tante di quelle volte che dimentichiamo di pregarla, trasformandola così in una semplice devozione. Dico quest’orazione, qualche minuto, e sono a posto col Signore! Non facciamo caso che è soprattutto vita. Confrontiamoci con quel grande santo che tutti ammiriamo su questa questione. Parlo di San Francesco. Una sera volle fare una gara con fra’ Masseo; lo sfidò a recitare quanti più “Padre nostro” possibili curando di contarli con i sassolini. L’indomani fra’ Masseo mostrò giulivo le mani piene di sassolini e S. Francesco lo lodò perché lui non ne aveva recitato neanche uno. Infatti si era fermato alla prima parola, “Padre”, contemplandola e andando in estasi tutta la notte.

PADRE! Innanzitutto c’è da dire che Gesù parlava in aramaico e, in quella lingua, diceva “Abbà”, non per significare un formale “padre”, ma un confidenziale “papà”. E’ il richiamo del bambino verso chi lo ha generato e veglia su di lui. Ed è naturale che fra padre e figlio vi sia un amore che unisce in una relazione confidenziale, riconoscendo una certa identità. Fanno parte della stessa famiglia, il padre trasferisce al figlio le sue conoscenze e la sua mentalità cosicché, se veramente c’è unione fra i due, capita di parlare con uno pensando all’altro. Come si suol dire: tale padre, tale figlio. Se è così nella famiglia umana, quanto più in quella divina! Gesù si esalta quando si rivolge al Padre: “Io ti rendo lode o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così ti è piaciuto” (Mt 11, 25-26). Conosce già la sua decisione quando prega per l’amico Lazzaro. Dice che ha già contato i capelli del nostro capo. Si dona nel Giardino degli Ulivi con la sicurezza, pur dolorosa, di chi sa che il Padre decide il meglio per chi ama. Gli raccomanda i suoi con decisione: “Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io” (Gv 17,24). Dice “voglio” perché ha piena fiducia nell’ascolto accondiscendente del Padre. Non esita a presentare la sua misericordia con la parabola del figliol prodigo perché ne conosce la profondità del cuore. L’amore li lega a tal punto da essere l’uno nell’altro, da essere Uno, fino a dare la garanzia che il Padre ascolta le preghiere fatte nel suo nome.

Ma dice anche “nostro”, quindi suo e mio, mio e tuo, nostro … vostro … di tutti. Tutti nella stessa famiglia. Che strano, diciamo tranquillamente “Padre nostro” e non pensiamo che è il Padre anche di chi ci offende o ci schernisce o semplicemente ci ignora. Sono tutti fratelli nostri, tutti figli del Padre, tutti “Barabba”, come noi. Anche se siamo soli a pregare il “Padre nostro”, stiamo intercedendo a favore di tutti i nostri fratelli, per tutti offriamo e chiediamo, a nome di tutti riconosciamo in Dio il nostro Padre in cielo e in terra e crediamo che, come tale, ha disposto un disegno particolare per ognuno. Riconoscersi come suoi figli significa accettare questo disegno e uniformarsi a esso, anche quando questo non soddisfa i nostri canoni di felicità. Sempre dobbiamo tenere presente che un programma di educazione è spesso incomprensibile e doloroso per un educando, ma necessario in vista di un bene futuro. E’ un dire a Dio: “Sì, so bene di non capire qual è il mio bene, ma so che ci sei Tu a indicarmi la strada per raggiungerlo, perché dall’eternità mi conosci meglio di mia madre, meglio di me stesso. Allora grazie perché dall’alto dei cieli ti pieghi sulla mia piccolezza e ti prendi cura della mia anima. In Te è tutta la mia fiducia. Ecco, tutto questo è racchiuso in quella invocazione. Quando diciamo “Padre”, dunque, ci stiamo presentando non come magistrati o contadini o insegnanti, teologi, casalinghe, ma come figli tutti uguali, tutti peccatori, tutti amati. Se apriamo le nostre mani e le solleviamo verso il cielo e preghiamo il “Padre nostro”, è come se su quelle mani ci fosse tutta l’umanità e in nome di tutti stiamo accettando i suoi doni. Siamo fratelli di Gesù e come tali siamo suoi coeredi e viviamo all’interno della famiglia trinitaria. In una società che non dà motivi di speranza, diamo spazio allo Spirito Santo e in Lui gridiamo “Abbà”, “Papà”, solo in Te la nostra speranza.

                                                                                                   rosy romeo

 

                                                                  

Ipocriti! di Rosy Romeo

Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: “Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo”. E diceva: “Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo”.

                                                                                            (Mc 7, 1-8.14-15.21-23)

 

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I Giudei osservavano ben 613 precetti, fra i quali vi erano tutte le prescrizioni cui attenersi prima di poter, finalmente, consumare il pasto. La tradizione per loro era sacra, forse più della stessa Parola. Non c’è dubbio che, comunque, la loro salute era tutelata da norme di igiene molto accurate, sicuramente insegnamenti di autorevoli maestri che ne avevano scoperto la convenienza per evitare malattie che, per loro, rappresentavano la maledizione di Jahvè . Personalmente non posso mai immaginare che Dio si sia messo sulla cattedra a dettare regole pratiche per la vita quotidiana, tanto più che, come si vede, Gesù non le rispettava e non ne pretendeva l’obbedienza dai suoi seguaci. I Giudei si sentivano a posto quando le rispettavano , come dei bambini che, prima del pranzo, mostrano alla mamma le mani appena lavate. Hanno obbedito, quindi hanno evitato il rimprovero e meritato un elogio.

Tuttavia la fedeltà cieca a tutti quei comandi minuziosi, invece di avvicinarli all’Amore, li rendeva rigidi fino al punto di sentire la puzza sotto il naso dinanzi a chi non osservava le regole dell’igiene. Si credevano puri, superiori, e non sapevano di essere soltanto ipocriti. Essi pensavano che il male viaggiasse dall’esterno all’interno e per questo si affannavano a lavare con accanimento qualsiasi cosa che potesse toccare il loro cibo. Non si accorgevano che il male invece viaggia in senso contrario, dall’interno all’esterno, col pericolo di contagiare anche gli altri.

Gesù invece prospettava loro un cambio totale di mentalità, la metanoia, abbandonare cioè la tradizione umana che li alimentava da secoli per accogliere la notizia nuova, la buona novella.

La situazione non è molto diversa oggi. Per seguire Gesù si deve fare un’opera di pulizia straordinaria, generale, perché siamo immondi, tutti immondi. Gesù fa un elenco delle nostre impurità che fa paura. Se le rileggiamo in sincerità di cuore, certamente riconosceremo in quell’elenco diversi inquilini abituali della nostra anima, così bene integrati da non costituire motivo di riflessione.

Anche oggi si parla di metanoia, di necessità di abbandonare l’antico e abbracciare il moderno. Bisogna svegliarsi, secondo alcuni teologi all’avanguardia, occorre lasciarsi alle spalle certe pratiche e credenze da donnette, crescere, smettere di credere alle favole come Angeli e demoni, guardare alla misericordia di Dio che accoglie tutti, che porta tutti in Paradiso, smettere di mettersi in ginocchio, stare in piedi perché già salvati e risorti.

Peccato che il contesto di oggi sia completamente diverso. Gesù è un personaggio scomodo, ma che non si può ignorare, tanto che ha spaccato anche il tempo: a.C. e d.C., superando qualsiasi altro personaggio storico.

Se a quel tempo ha incitato a cambiare mentalità, oggi sprona a smettere di essere ipocriti. Inutile mascherarsi da cristiani quando si vuol far passare per falsa la fede nella Chiesa, sua sposa, perché la tradizione che oggi si vuole soppiantare non è quelle degli uomini, come per gli scribi e i farisei, ma quella della Chiesa, che è poggiata sugli Apostoli, testimoni oculari della Rivelazione che è Gesù stesso, il personaggio scomodo che è venuto e ha parlato una volta per tutte. Non c’è più niente da cambiare. Dunque, giù in ginocchio, davanti a Colui  che si presenta oggi sotto le sacre Specie!

La salvezza è per tutti, è vero, ma a una condizione, che ci si riconosca peccatori e si cerchi di cambiare abbandonandosi nelle braccia materne della Chiesa.

La Misericordia di Dio è infinita, ma la Giustizia non può essere ignorata. Per salvarsi bisogna riconoscere il Sacrificio di Gesù, ancora oggi perpetuato e reso necessario dai nostri peccati, e accettare le disposizioni della Chiesa, che certi prelati, sotto l’influenza di satana, che esiste, vorrebbero cambiare in una semplice struttura di accoglienza globale. A sentirli parlare, Gesù viene presentato come il compagno bonaccione che batte la mano sulla spalla del peccatore perché sa che non può fare a meno di peccare. Tutti gli Angeli del Paradiso, che esistono, non possono salvare gli ipocriti moderni che vogliono insegnare una religione nuova, uguale per tutti, cioè una dottrina unificata, che permette di credere ciò che si vuole e di fare i propri comodi perché, tanto, c’è stato Gesù a pagare per tutti. Essi si gonfiano per un presunto progresso “spirituale” che vuole portare l’uomo al di sopra di Dio, un progresso ispirato dal nemico che ha già commesso tale peccato e in tal modo s’è giocato per sempre la felicità per cui era stato creato.

                                                                                             rosy romeo

''Nel segno della Croce'' di Rosy Romeo

 

I

Nel segno della Croce

 

Siamo cristiani e come tali abbiamo un segno che ci contraddistingue, ci dà un marchio: è il Segno della Croce col quale iniziamo ogni preghiera e ogni azione. Dovremmo essere fieri di questo “marchio” e invece spesso quasi ci si vergogna o addirittura se ne ha paura. Quante volte si vedono “cristiani” tracciare un incomprensibile sgorbio dinanzi al proprio petto come se stessero cacciando un fastidioso insetto?! E quante volte, durante la celebrazione eucaristica, al momento dello scambio della pace, se due braccia per caso s’incrociano, velocemente si ritirano su se stesse come se avessero preso la scossa! Alcuni dicono che è per educazione (rispetto umano?), altri sussurrano che porta male (superstizione!). E si dimentica che è il segno con cui la nostra umanità è stata elevata alla divinità!

Con un segno di croce siamo segnati nel rito del Battesimo   e  con  un  segno  di  croce siamo  tutti

consegnati alla misericordia divina dopo la nostra morte. Tutta la nostra vita cristiana si svolge fra questi due segni. Eppure spesso lo facciamo nella massima distrazione e senza darvi alcuna importanza: un’abitudine, una scaramanzia in certi casi, un semplice gesto tradizionale in altri.

Se ci fermassimo a contemplare la Croce, se cercassimo di vederla là, su quel cumulo di pietre e terra brulla che è il Calvario, e noi fermi sotto, con gli occhi all’insù, potremmo vedere come l’asse verticale su cui è attaccato il corpo martoriato di Gesù sia un ponte fra la terra e il cielo, teso a tenere unite umanità e Divinità, e come l’asse orizzontale tenga aperte quelle braccia sempre pronte ad accogliere l’uomo peccatore. Dovremmo tenere sempre presente agli occhi del cuore questa immagine ogni volta che facciamo un segno di croce. E’ una preghiera completa, è un atto di fede, fede nell’incarnazione, passione, morte  e  resurrezione  di  Gesù, che  si esprime con il segno, e nell’Unità e Trinità di Dio, con le parole. Dovrebbe essere fatto lentamente, chiudendo gli occhi, immergendoci nel mare della misericordia divina: NEL NOME DEL PADRE… accogliere la sua volontà e consegnare la nostra mente, DEL FIGLIO… tuffarci nel suo amore e donare il nostro cuore, E DELLO SPIRITO SANTO… accettare la sua guida e seminare le nostre azioni. Dovrebbe essere fatto in modo da invadere tutto il nostro petto per sentirci immersi nell’amore infinito della Trinità.

  1. Francesco era talmente innamorato della Croce da cercarne il segno in tutto ciò che lo circondava. Per questo aveva adottato il Tau, per cui aveva una vera e propria venerazione, come firma nelle sue lettere e come segno proprio di Dio sulle porte e sui muri delle celle. Nell’alfabeto ebraico il Tau era  l’ultimo segno   e rappresentava  il compimento  dell’intera  opera di Dio ed Ezechiele ne parla come del sigillo da mettere sugli eletti per essere preservati dallo stermino (Ez 9,4).

Il Segno della Croce è per noi come quel sigillo, è il segno della nostra salvezza. Più lo faremo con attenzione, con devozione, con gratitudine, più sentiremo di essere avvolti dalla Grazia. Allora desidereremo restarci in quel Segno, altro che incomprensibili sgorbi!

                                                                                                                                                 rosy romeo

 

''Briciole di pane''di Rosy Romeo

 

 

PANE CHE SI FA CARNE

In quel tempo, Gesù disse alla folla: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Gesù disse loro: “In verità, in verità, io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda” (Gv 6, 51-55).

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Se si mangia bene, si sta bene. Dietologi e nutrizionisti si affannano a propagandare questo concetto. Si può quasi dire che si è, ciò si mangia. Una porzione d’umanità ha assimilato questa “dottrina” e ha educato i propri appetiti a pesanti rinunce da valutare con tabelle di peso da rispettare scrupolosamente.

Vi è uno specialista eccelso in questo campo, la sua dieta è semplice, non costa niente e produce il massimo degli effetti. Pane e vino sono gli unici alimenti e soddisfano in pieno la fame e la sete dei pazienti di questo esimio dottore, pane che si fa carne e vino che si fa sangue. Tutti abbiamo fame, fame di giustizia, di fraternità, di pace, di perdono, fame di vita eterna. Tutti beni che mancano abbondantemente su questa terra e l’anima si strugge e viene meno fino a svanire del tutto. Diventa come un velo consumato dal tempo, impalpabile, perde i tratti della somiglianza con il suo Creatore, macchiata e strappata, buona solo per essere gettata via. Ma anche così, continua a sentire quella fame d’infinito, quella sete di gioia che dall’inizio del tempo le erano state elargite. Brama l’incontro personale con Gesù, desidera accettare il suo invito al banchetto divino, alla festa nuziale, saziare la fame mangiando la sua carne e spegnere la sete bevendo il suo sangue. Tuttavia ora come allora i dubbi torturano, ancora c’è la domanda fatidica: Come può succedere questa cosa? I Giudei erano increduli, quasi dubitavano che Gesù volesse spingere al cannibalismo, pensavano sicuramente che fosse impazzito. Sapevano bene chi era, il figlio di un carpentiere. Era già incomprensibile come potesse conoscere tutta la Scrittura e come avesse avuto la possibilità di studiare, ma strapparsi la carne per darla da mangiare agli altri era davvero troppo! Non riuscivano a mettere da parte la loro mentalità per accogliere la novità dell’annunzio, stavano fermi a ricordare ciò che nella loro piccolezza conoscevano di Gesù, cioè l’esteriorità, e non potevano vederne l’essenza. Forse non riuscivano a collegare il pane benedetto con la Carne né il vino con il Sangue. Succede ancora. Quanti cristiani, anche fra i cattolici, credono veramente alla transustanziazione, cioè che tutta la sostanza del pane e del vino si trasforma nella carne e nel sangue del Signore? Quanti pensano che è solo un simbolo, un ricordo dell’ultima cena? Invece l’Eucaristia non è un ricordo, è un memoriale che perpetua il sacrificio della croce fino a oggi, lo rende attuale e vero, ed è rendimento di grazie per la salvezza che questo sacrificio supremo ci ha guadagnato. Quindi realmente quel pane si trasforma in Carne e quel vino si trasforma in Sangue, realmente durante la Messa Gesù viene in mezzo a noi con la sua fisicità!

A chi si nutre dell’Eucarestia Gesù dona la sapienza, che non è saggezza o intelligenza, è il gustare proprio Lui, mentre per chi non ne mangia esiste il rischio di perdere il dono della salvezza ricevuto nel Battesimo. “Gustate e vedete quanto è buono il Signore” dice il salmista nel Salmo 33. Chi giunge a gustare il Signore, non può farne più a meno e pian piano viene trasformato secondo la volontà del Padre con l’azione dello Spirito Santo fino alla completa conformazione al Figlio dell’uomo.

Il Pane consacrato è Santità perfetta e il cristiano che se ne nutre in sincerità di cuore, non può che profumare di santità.

                                                                                       rosy romeo 

 

 

Beati i......

Beati i.....(tratto dal giornalino dell'OFS di S.M di Licodia,articolo scritto da Rosy Romeo)

 

Si dice che Novembre sia il mese dei morti. Perdonate la mia insolenza, ma per me è il mese dei santi, tutti i santi. Non solo quelli canonizzati, ma anche quelli sconosciuti che nessuno ha notato; non solo quelli che sono già passati a miglior vita, ma anche quelli che ancora camminano su questa terra; non solo quelli che tutti additano per le loro virtù, ma anche quelli che passano inosservati perché non hanno niente da mostrare fuorché la loro nullità.  Sì, perdonatemi se li cerco fra gli invisibili che occupano le sale d’attesa delle stazioni; o dietro le tendine della finestra di una povera casa in cui una madre ninna un pargolo, mentre altri due le tirano la gonna, e lei, poverina, non ha il tempo di andare in chiesa a mostrare la sua devozione; o sui letti di una casa di riposo dove occhi lacrimevoli sollevano lo sguardo verso una fetta di cielo dove immaginano sia la sede di Dio, mentre aspettano, forse invano, che qualcuno abbia il tempo di sorridere loro e di ascoltare uno dei loro ricordi. Che grandi santi! Sono i più credibili perché non hanno niente di cui vantarsi agli occhi del mondo, perché pensano di non saper fare opere buone, perché credono di non saper parlare a Dio. Sono i poveri in ogni senso, materiale, intellettuale, spirituale. Sono tutti coloro che aspettano da Dio qualsiasi cosa, che sanno di non valere niente, che mettono il cuore ai piedi della Croce e, con le lacrime dentro il cuore, offrono il dispiacere di non essere giusti.

Beati, cioè felici! Felici i poveri, i miti, i puri di cuore, i misericordiosi ecc. ecc. Come possono essere felici se piangono, se hanno fame di giustizia, se soffrono angherie pur di non tradire la pace? Lo sono perché pongono la loro fiducia nella garanzia data da Gesù che promette consolazione,  giustizia, una terra da ereditare. E’ questa speranza certa la loro felicità!  Ma non finisce qui perché Gesù offre già, al presente, il regno dei cieli; infatti il discorso delle beatitudini  si apre e si chiude con il tempo presente, quindi ora, subito: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” e “Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”. E’ la carta d’identità del seguace di Cristo.

Lo capì bene San Francesco che scelse di farsi povero per lo Spirito e fece della povertà il suo vestito. Aspettava qualsiasi cosa esclusivamente da Lui, il suo Re e salvatore, Colui che aveva scelto la povertà perfetta spogliandosi della sua divinità e incarnando per primo tutte le beatitudini solo per amore di povere creature come noi. Francesco lo imitò fino all’estremo delle forze, fino all’ultimo respiro, amando la povertà anche nella malattia e vivendo il dolore come un dono prezioso.

Le beatitudini descrivono delle chiare sofferenze, eppure risplendono di luce. Qualcuno pensa che siamo masochisti, che chiamiamo gioie i dolori, ma non è così. Il dolore è dolore, sempre, e ci fa soffrire, ma noi sappiamo che è una sofferenza finalizzata a qualcosa di infinitamente grande: essere posseduti da Gesù e possederlo. Non esiste possesso più grande né gioia più piena: “Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa”. Non l’ha detto il capo dello Stato, fosse anche quello americano, uomo imperfetto e debole come noi. L’ha detto Gesù! L’ha detto a noi, misere creature di nessuna importanza, e l’ha detto per innalzarci alla sua maestà e donarci di stare al suo cospetto e vederlo faccia a faccia. E scusate se è poco!

                                                  rosy

 

Quindici minuti con Gesù e Preghiera affidamento dispiaceri a Gesù

Quindici minuti con Gesù e Preghiera affidamento dispiaceri a Gesù

" Quindici minuti con Gesù "
GESÙ: Non è necessario, figlio mio, sapere molto per farmi piacere. Basta che tu abbia fede e che ami con fervore. Se vuoi farmi piacere ancora di più, confida in me di più, se vuoi farmi piacere immensamente, confida in me immensamente. Allora parlami come parleresti con il più intimo dei tuoi amici, come parleresti con tua madre o tuo fratello. VUOI FARMI UNA SUPPLICA IN FAVORE DI QUALCUNO? Dimmi il suo nome, sia quello dei tuoi genitori, dei tuoi fratelli o amici, o di qualche persona a te raccomandata... Dimmi subito cosa vuoi che faccia adesso per loro. L'ho promesso: “chiedete e vi sarà dato. Chi chiede ottiene” Chiedi molto, molto. Non esitare nel chiedere. Ma chiedi con fede perché io ho dato la mia parola: “Se aveste fede quanto un granellino di senape potreste dire al monte: levati e gettati nel mare ed esso ascolterebbe. Tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato”. Mi piacciono i cuori generosi che in certi momenti sono capaci di dimenticare se stessi per pensare alle necessità degli altri. Così fece mia Madre a Cana in favore degli sposi quando nella festa dello sposalizio è venuto a mancare il vino. Mi chiese un miracolo e l'ottenne. Così fece anche quella donna cananea che mi chiese di liberare la figlia dal demonio, ed ottenne questa grazia specialissima. Parlami dunque, con la semplicità dei poveri, di chi vuoi consolare, dei malati che vedi soffrire, dei traviati che vorresti tornassero sulla retta via, degli amici che si sono allontanati e che vorresti vedere ancora accanto a te, dei matrimoni disuniti per i quali vorresti la pace. Ricorda Marta e Maria quando mi supplicarono per il fratello Lazzaro ed ottennero la sua risurrezione. Ricorda Santa Monica che, dopo avermi pregato durante trent'anni per la conversione del figlio, grande peccatore, ottenne la sua conversione e diventò il grande Sant'Agostino. Non dimenticare Tobia e sua moglie che con le loro preghiere ottennero fosse loro inviato l‘Arcangelo Raffaele per difendere il figlio in viaggio, liberandolo dai pericoli e dal demonio, per poi farlo ritornare ricco e felice affianco dei suoi familiari. Dimmi anche una sola parola per molte persone, ma che sia una parola d'amico, una parola del cuore e fervente. Ricordami che ho promesso: “Tutto è possibile per chi crede. Il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano! Tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo concederà “. E PER TE HAI BISOGNO DI QUALCHE GRAZIA? Se vuoi farmi una lista delle tue necessità e vieni a leggerle in mia presenza; ricorda il caso del mio servo Salomone, mi chiese la saggezza e gli fu concessa in abbondanza. Non dimenticare Giuditta che implorò grande coraggio e l'ottenne. Tieni presente Giacobbe che mi chiese prosperità (promettendomi di dare in opere buone la decima parte di quanto avesse avuto) e gli fu concesso molto, generosamente, tutto quello che desiderava e ancor di più. Sara mi pregò ed io allontanai il demonio che la tormentava. Magdalena pregò con fede e la liberai dalle brutte abitudini. Zaccheo con la preghiera si liberò dal dannoso attaccamento al denaro e si trasformò in uomo generoso. E tu. . . cosa vuoi che ti conceda? Dimmi sinceramente se sei orgoglioso, se ami la sensualità e la pigrizia, Che sei egoista, incostante. Che trascuri i tuoi doveri. Che giudichi severamente il tuo prossimo, dimenticando la mia proibizione: “non giudicate per non essere giudicati; non condannate e non sarete condannati”. Dimmi se parli senza carità degli altri. Che ti preoccupi di più di quello che pensano gli altri di te che di quello che “pensa Dio”. Che ti lasci dominare dalla tristezza e dal malumore. Che rifiuti la tua vita, la tua povertà, i tuoi mali, il tuo lavoro, il modo come ti trattano, dimenticando quello che dice il Libro Santo: “Dio dispone tutte le cose per il bene di quelli che lo amano”. Dimmi se hai l'abitudine di dire bugie, che non domini il tuo sguardo nè la tua immaginazione, che preghi poco senza fervore, che le tue confessioni sono fatte senza dolore e senza l'intenzione di evitare poi le occasioni di peccato, e per questo cadi sempre nelle stesse mancanze. Che la messa la segui male e le comunioni le fai senza preparazione e con poche azioni di grazia. Che sei pigro ed hai paura dell'apostolato. Che qualche volta passi alcuni giorni senza leggere neanche una pagina della Bibbia... Ed io ti ricorderò i miei insegnamenti che porteranno una trasformazione totale nella tua vita. Ti dirò ancora: “Dio umilia gli orgogliosi ma gli umili colma di grazie... “. “Se trascuri i piccoli doveri trascurerai anche quelli grandi. Di ogni parola dannosa che uscirà dalla vostra bocca dovrete renderne conto il giorno del giudizio. Beati quelli che ascoltano la parola del Signore e la mettono in pratica “. Non ti vergognare, povera anima! Ci sono in cielo molti giusti e tanti santi di prim'ordine che hanno avuto gli stessi tuoi difetti. Ma pregarono con umiltà e poco a poco si sono liberati di essi. Perché “non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” e perché “Dio non rifiuta mai un cuore umiliato e pentito. Il miglior dono per Dio è un cuore pentito”. E non esitare neanche nel chiedermi beni spirituali e materiali, salute, memoria, simpatia, successo nel lavoro, negli studi e negli affari. Andare d'accordo con tutte le persone. Nuove idee per i tuoi affari, amicizie che ti siano utili, buon carattere, pazienza, allegria, generosità, amore per Dio, odio al peccato... Tutto questo posso darti e ti do, e desidero che tu mi chieda, sempre e quando favorisca ed aiuti la tua santità e non si opponga ad essa. Ma in tutto devi sempre ripetere la mia preghiera nell'orto: il Padre, non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi Tu'. Perché molte volte quel che chiede una persona non conviene per la sua salvezza, ed allora nostro Padre gli concede altri doni che gli faranno maggior bene. E PER OGGI? Che ti occorre? Cosa posso fare per il tuo bene? Se tu sapessi il desiderio che ho di favorirti. Ho dato da mangiare a cinquemila persone con solo cinque pani, perché ho visto che ne avevano bisogno. Ho calmato la tempesta quando gli apostoli mi svegliarono. Ho risuscitato la figlia di Giairo quando suo padre mi chiese di farlo. Anche tu dovrai ripetere col profeta: “Chi si è rivolto al Signore e non è stato ascoltato ?" HAI ADESSO FRA LE MANI QUALCHE PROGETTO? Raccontami nei dettagli. Cosa ti preoccupa ? Cosa pensi di fare ? Cosa vuoi ? Come posso aiutarti ? Magari ricordi sempre la frase del salmista: “Quel che ci porta al successo non sono i nostri affanni. Quel che ci porta al successo è la benedizione di Dio. Raccomandati a Dio nelle tue preoccupazioni e vedrai realizzarsi i tuoi buoni desideri.” Gli israeliti desideravano occupare la terra promessa. Mi supplicarono e lo concessi; David voleva vincere Golia, Mi pregò e l'ottenne; i miei apostoli volevano che aumentassi la loro fede, Mi chiesero questo favore e lo concessi con enorme generosità. E tu..,cosa vuoi che ti conceda ? COSA POSSO FARE PER I TUOI AMICI ? Cosa posso fare per i tuoi superiori, per le persone che vivono nella tua casa, nel tuo quartiere, che trovi nel tuo cammino, per le persone delle quali dovrai rendere conto il giorno del giudizio ? Geremia pregò per la città di Gerusalemme e Dio la colmò di benedizioni, Daniele pregava per i suoi connazionali ed ottenne che diminuissero molte loro pene. E tu, cosa mi chiedi per i tuoi vicini di casa, per il tuo quartiere, per la tua regione, per la tua patria. E PER I TUOI GENITORI ? Se sono già morti ricorda che “è una opera santa e buona pregare Dio per i morti, perché riposino dalle loro pene”. E se sono ancora viventi, cosa vuoi per loro? Più pazienza nelle loro pene, nei loro problemi di salute ? Un carattere piacevole ? Comprensione in famiglia ? Le preghiere di un figlio non possono essere respinte da chi, a Nazareth, per trent'anni è stato esempio di amore filiale. C'È QUALCHE FAMILIARE CHE HA BISOGNO DI QUALCHE FAVORE ? Prega per lui o per lei e io farò della tua famiglia un tempio d'amore e conforto, e verserò a mani piene sui tuoi familiari le grazie e gli aiuti necessari per essere felici nel tempo e nell'eternità. E PER ME? Non desideri da me grazia e amicizia? Non vorresti fare del bene al tuo prossimo, ai tuoi amici, a chi ami forse molto, ma che vivono lontani dalla religione o non la praticano nel modo giusto ? Sono padrone dei cuori che, rispettando la loro libertà, porto dolcemente verso la santità e l'amore di Dio. Ma ho bisogno di persone che preghino per loro. Nel Vangelo ho lasciato questa promessa: “Il Padre vostro celeste darà lo spirito santo a coloro che glielo chiedono” Chiedimi per i tuoi familiari quel buon spirito, che si ricordino dell'eternità che li aspetta, di prepararsi un buon tesoro in cielo facendo in questa vita moltissime opere buone e pregando ininterrottamente. Lavorando per la salvezza della tua famiglia e degli altri non dimenticare mai la stupenda promessa del profeta: “coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre”. SEI FORSE TRISTE O DI MALUMORE ? Raccontami. Raccontami, anima sconsolata, le tue tristezze in ogni dettaglio. Chi ti ha ferito ? Chi ha ferito il tuo amor proprio ? Chi ti ha disprezzato ? Dimmi se ti va male nel tuo lavoro e io ti dirò le cause del tuo insuccesso. Non vorresti che mi occupassi di qualcosa per te ? Avvicinati al mio cuore che ha un balsamo efficace per tutte le ferite del tuo. Raccontami tutto e in breve mi dirai che, come Me, tutto perdoni e tutto dimentichi, perché “le pene di questa vita non sono comparabili con l'immensa gioia che ci attende quale premio nell'eternità”. Senti l'indifferenza di persone che prima ti hanno voluto bene ma che ora ti dimenticano e si allontanano da te senza motivo ? Prega per loro. Il mio amico Giobbe pregò per quelli che con lui sono stati ingrati, e la bontà divina li perdonò, e li fece tornare alla sua amicizia. VUOI RACCONTARMI QUALCHE GIOIA ? Perché non mi fai partecipe di essa, come buon amico ? Raccontami quello che da ieri o dalla tua ultima visita a Me ha consolato e ha fatto sorridere il tuo cuore. Forse hai avuto gradevoli sorprese. Magari sono sparite certe angosce o paure per il futuro. Hai superato qualche ostacolo, oppure, sei uscito da qualche difficoltà impellente ? Tutto questo è opera mia, lo ti ho procurato tutto questo. Quanto mi rallegrano i cuori grati che come il lebbroso guarito, tornano per ringraziare, ma molto mi rattristano gli ingrati che, come i nove lebbrosi del Vangelo, non tornano per ringraziare per i benefici ricevuti. Ricorda che “chi ringrazia per un beneficio ottiene che gli si concedano degli altri”. Dimmi sempre un “grazie” con tutto il cuore. E POI... NON HAI QUALCHE PROMESSA DA FARMI ? Già lo sai che leggo nel fondo del tuo cuore. Gli umani si ingannano facilmente. Dio no. Parlami allora con sincerità. Hai il fermo proposito di non esporti più a quella occasione di peccato ? Di privarti di quel giornale, rivista, film, programma televisivo che danneggia la tua anima? Di non leggere quel libro che ha eccitato la tua immaginazione ? Di non trattare quella persona che ha turbato la pace della tua anima ? Di stare in silenzio quando senti che arriva la collera ? Perché “gli imprudenti dicono quello che sentono dentro di se quando sono di malumore, ma i prudenti rimangono sempre in silenzio quando sono di malumore, e sanno dissimulare le offese ricevute”. Vuoi fare il buon proposito di non parlare male di nessuno, anche quando credi che quel che dici è verità ? Di non lamentarti perché è dura la vita ? Di offrirmi le tue sofferenze in silenzio invece di andare in giro rinnegando le tue pene ? Di lasciare ogni giorno un piccolo spazio per leggere qualche cosa che ti sia di profitto, specialmente la Bibbia ? Così diranno anche di te: “ascolta la parola di Dio e la mette in pratica, sarà come una casa costruita sulla roccia, non crollerà “. Sarai ancora amabile con le persone che ti hanno trattato male ? Avrai da ora in poi un volto allegro ed un sorriso amabile ? Anche con quelli che non hanno molta simpatia per te ? Ricorda le mie parole: “Se saluti solo quelli che ti amano, che merito ne hai ? Anche i cattivi fanno così. Perdona e sarai perdonato. Un volto amabile rallegra i cuori degli altri.” E ADESSO RITORNA ALLE TUE OCCUPAZIONI... Ma non dimenticare questi quindici minuti di gradevole conversazione che abbiamo avuto qui nella solitudine del santuario. Conserva più che puoi il silenzio, la modestia e la carità con il prossimo. Ama mia Madre, che è anche Madre tua. Ricorda che essere buon devoto della Vergine Maria è segno di sicura salvezza.

Affidamento di mali, dispiaceri, contrarietà a Gesù

Gesù, nel tuo Cuore squarciato metto questa mia pena,  la copro con la tua Passione e Morte, con le tue sacre Piaghe,  con il tuo preziosissimo Sangue, e con i dolori e le lacrime di Maria Santissima,  con i meriti di san Michele Arcangelo e di tutta la Corte celeste, con i meriti di san Giuseppe e di tutti i Santi e Beati del Cielo,  con i meriti di tutti i santi e giusti della terra e delle Anime Purganti. Gesù, pensaci tu, io non ci penso più!

 

Pater, Ave, Gloria


L'anima mia magnifica il Signore... perché... grandi cose ha fatto in me..." (Lc ~, 46- 49) Capitolo I VISIONI SUGLI ANTENATI DELLA MADONNA I - In generale sui progenitori della Madonna e di Sant'Anna.  2 - I Progenitori di Sant'Anna: gli Esseni - Abiti sacerdotali presso gli Esseni -Le scuole del tempio - I fiorellini di San Luca - Notizie intorno agli Esseni. 3 - La nonna di Anna si consulta con il Proftta del monte Oreb - L'approssimarsi della nascita della Santa Vergine Maria.  4 - Gioacchino, disprezzato nel tempio, ritorna al suo gregge.  5 - Anna accoglie l'annuncio della fecondità e si reca al tempio - L'Angelo del Signore scrive il nome "Maria".  6 - Gioacchino consolato dall'Angelo si reca ancora una volta al tempio con nuove offerte sacrzficali.  7 - Gioacchino riceve la benedizione dell 'Alleanza. 8 - Gioacchino ed Anna si incontrano sotto la "porta d'oro"  - Nota esplicativa sulla Concezione della Santissima Vergine Maria.  9 -La rigenerazione dell'umanità mostrata da Dio agli Angeli.  10 - Un'immagine simbolica di Maria Santissima in Egitto prima di Elia.  il - Elia ha una visione della Santa Vergine e
 8 apprende i misteri relativi alla sua venuta.  12 - Chiarimenti intorno alla visione di Elia.  13 - L'immagine della Santa Vergine in Egitto.  14 - Maria Santissima annunciata az m~stici pagani.  15 - Apparizione della Santa Madre Anna e della Madonna alla Veggente. 1 - In generale sui progenitori della Madonna e di Sant'Anna     Visioni rivelate al "pellegrino" la mattina del 27 giugno 1819. Stanotte ho ricevuto di nuovo visioni sui progenitori dell'amata Vergine Maria. Si sono susseguite dinanzi alla mia vista interiore lentamente e per lungo tempo. Mentre le visioni si susseguivano, sentivo le mie pene diminuire e trovavo molto sollievo. Adesso posso raccontarle al "pellegrino", che sarà felice di ascoltarle. La storia della Madonna ha avuto per me sempre un'attrazione particolare, fin da bambina mi sono sentita intimamente fedele alla storia della Madre di Dio a tal punto da contestare chiunque mi raccontasse la medesima in modo diverso: - No! Non è così! - rispondevo, volendo attestare con tutta la forza quello che avevo visto. Tempo dopo, quando il mondo mi rese insicura, preferii tacere per meglio custodire nel mio intimo quella verità che avevo ricevuto dalle mie visioni. Stanotte con tanta gioia le ho riviste fin nei minimi particolari. Nella mia infanzia rivolgevo spesso i pensieri al presepe con il bambino Gesù e la Madre di Dio. Non riuscivo a comprendere perché non si raccontasse nulla e si scrivesse così poco dei parenti e degli antenati della Santa Vergine. Quando scrutavo nel mio essere interiore mi sentivo ferita per queste mancanze. Rinchiusi alla fine in me questa mia grande sete di conoscenza sulla vita della Beata e Santa Vergine Maria. Questa sete lentamente si trasformò in profonda nostalgia e all'improvviso presero a fluire dinanzi ai miei occhi interiori le numerose visioni degli antenati della Madonna, fin dalla quarta o quinta generazione. Li vidi come persone pure e innocenti che vivevano con una celata e straordinaria nostalgia per la promessa della venuta del Messia. I progenitori della Santa Vergine mi sembrarono differenti dalle altre persone dal portamento e dall'agire selvaggio. Nel notare questa profonda differenza nacque in me un grande timore per loro e riflettei, assorta nel silenzio della mia contemplazione: come potevano, essi che erano così pieni di grazia e silenziosi, vivere tra queste persone così rozze e aggressive? Fui presa da ansia e preoccupazione e mi assalì l'impulso di cercarli per aiutarli, portandoli lontano dal pericolo, desideravo metterli al riparo in un bosco. Li vidi vivere con tanta abnegazione e spesso anche da sposati si separavano per qualche tempo, come lo facevano da fidanzati. Quest'usanza mi colmò di letizia pur senza capirne il motivo. Usavano pure separarsi in occasione delle celebrazioni religiose, delle funzioni con incensamento e preghiere. In queste cerimonie riconobbi alcuni di loro mentre espletavano le funzioni di sacerdoti. Gli antenati di Maria, per non essere turbati nella loro quiete dalla gente cattiva e rozza, erano costretti spesso ad emigrare da un luogo all'altro, lasciando grandi beni e possedimenti per adattarsi ad altri minori. Per costoro il bene supremo erano la pace e la quiete, poiché erano animati da una devozione mistica che ardeva nei loro cuori, tanto che quest'impulso li spingeva a correre spesso nei campi solitari supplicando Dio. Li vidi di giorno strapparsi perfino gli abiti dal petto ai raggi cocenti del sole, come per invitare Dio a divampare nel loro cuore; oppure, di notte, alla luce lunare o al chiarore delle stelle, come a voler saziare la sete di realizzazione della profezia antica. Queste visioni mi si manifestavano mentre solitaria mi trovavo al pascolo per custodire il gregge, o di notte, sui pascoli più alti, quando mi inginocchiavo per le orazioni; oppure nel tempo dell'Avvento, a mezzanotte, mentre mi recavo sulla neve ad assistere alla funzione religiosa nella chiesa di San Giacomo a Coesfeld, distante quasi un ora di cammino dalla nostra comunità contadina. Qualche altra volta volli imitare i progenitori di Maria e correvo chiamando il Messia, così giunsi sempre in tempo a Coesfeld per assistere alla Messa mattutina dell'Avvento, sebbene le care anime del Purgatorio mi avessero guidato per lungo tempo attraverso tutte le stazioni della Via Crucis. Le figure dei progenitori della Santa Vergine, affamate di Dio, mi apparvero, per il comportamento e il modo di vestire, estranee, lontane e antiche, ma d'altra parte anche così chiaramente vicine al mio cuore da averne spesso l'immagine impressa dinanzi agli occhi. In seguito a queste visioni pensavo: "Tutto ciò che vedo di quel tempo antico è già successo,
 9 eppure essi sono qui, ne avverto la presenza. Io sono con loro!". Queste brave persone erano molto precise ed esatte in tutte le loro azioni, in tutti i discorsi e specialmente nella funzione religiosa e mai si lamentavano per le sofferenze. Notizie personali della Veggente Di sera, e anche nella notte, prego diligentemente per le povere anime che, forse, non avevano risvegliato abbastanza, nella vita terrena, il desiderio per la salvezza dell'anima loro, e si erano abbandonate invece ai desideri per le creature ed i beni del mondo. Tali anime, cadute durante questa vita nelle varie mancanze, adesso languiscono nello struggi-mento per la redenzione. Per questo dedico loro la mia preghiera e la mia supplica a Dio Redentore, mi offro volentieri a Lui per espiare io stessa queste colpe. Con tale misericordia ne traggo anche un piccolo vantaggio personale: godo il conforto della loro gratitudine e inoltre vengo svegliata in tempo per le preghiere salvifiche in loro favore e non passo il tempo dormendo. Un giorno, in particolare, queste anime mi si manifestarono librandosi a differenti altezze nell'aria; esse, come piccole, silenziose e deboli luci, si avvicinarono al mio letto, svegliandomi in tempo. Grazie al loro aiuto potei così anche quel giorno implorare Dio con le orazioni del mattino, poi spruzzai su di me e su di loro dell'acqua benedetta, mi vestii e mi recai sulla strada. Vidi le piccole e povere luci gnole accompagnarmi sul cammino ordinate come in processione. Commossa dalla loro tristezza e toccata dalla forte nostalgia per il Divino, presi a cantare con il cuore supplicante: "Cielo! Sciogli il Giusto, nuvole fatelo piovere!" 2 - I Progenitori di Sant'Anna: gli Esseni Abiti sacerdotali presso gli Esseni - Le scuole del tempio -  I fiorellini di San Luca - Notizie attorno agli Esseni Visioni rivelate nel periodo giugno-agosto del 1821. In questo periodo ho visto molto sui progenitori della madre della Santa Vergine, Anna. Ieri mi è sembrato di essere quasi tutto il giorno tra questa gente ma, siccome ho ricevuto alcune visite, ho dimenticato tanto. Voglio raccontare però ciò che mi ricordo: ho visto Anna che viveva a Mara, nella zona del monte Oreb. Aveva relazioni spi- rituali ed era affiliata con un genere di Israeliti molto pii e devoti a Dio. Quei religiosi si chiamavano Esseni. Costoro però ebbero nei tempi più antichi altri due nomi: il primo nome, Escareni, prende origine da Eskara o Askarah, come viene chiamato l'incenso odoroso e l'offerta del grano macinato rivolta a Dio. Il secondo da Chassidim, che significa "misericordioso" (compassionevole) e devoto. Da dove altro provenga la parola "Esseni" non lo so più. Questi religiosi hanno la loro origine nel tempo di Mosè e Aronne, e cioè di quei sacerdoti che portarono l'Arca dell'antica Alleanza. Essi mantennero nel periodo di tempo tra Isaia e Geremia le loro precise regole religiose di vita quotidiana. All'inizio gli Esseni non erano molti, poi aumentarono e andarono ad abitare, organizzati in comunità, nella terra promessa, in una regione che era in lunghezza pari a 48 ore di cammino e 36 in larghezza. Più tardi giunsero fino alla zona del Giordano. La maggior parte di essi abitò il monte Oreb e il Carmelo, dove dimorò Elia. Io vidi che gli Esseni erano divisi in tre comunità con ordinamenti e costituzioni differenti. Quella che viveva sul monte Oreb ebbe una guida spirituale assai valida nel vecchio profeta dal nome Archas o Arkas. La loro costituzione era molto simile alla regola di un ordine spirituale dei nostri giorni: i candidati ammessi dovevano superare un noviziato di un anno e solo quando essi avevano provato di avere sufficiente temperanza venivano accettati, per un periodo lungo o breve, secondo i risultati dei supremi vaticmi profetici. Li vidi praticare il più stretto celibato. In un'altra comunità di Esseni, alla quale poi appartennero anche i nonni di Sant'Anna, era permesso invece il matrimonio. Costoro, pur vivendo al di fuori dell'ordine religioso del monte Oreb, avevano stabilito nel proprio ambiente lo stesso comportamento e le medesime abitudini educative dei primi. Tra i due tipi di comunità intercorreva un rapporto, così come lo è oggi tra i cosiddetti Terziari (Terzo Ordine) e il clero regolare. Infatti questa comunità di coniugati si consultava spesso, per le conduzioni spirituali e coniugali, con il profeta della cosiddetta Montagna di Dio. Il terzo genere di Esseni che vidi erano anch'essi coniugati, costoro commisero molti errori perché portarono all'esasperazione tutti gli insegnamenti e perciò non erano tollerati dagli altri. Essi finirono per costituire una propria comunità. In particolare, gli Esseni dell'ordine
 10 religioso erano molto abili e inclini in cose profetiche, ed il profeta della Montagna era spesso nella caverna di Elia, partecipe alle manifestazioni divine relative alla venuta del Messia. Egli aveva ricevuto dai suoi oracoli profonde conoscenze della Famiglia dalla quale sarebbe dovuta provenire la madre del Messia. Quando Archas predisse gli avvenimenti relativi ai progenitori di Sant'Anna, in relazione alle loro nozze, vide anche che la venuta del Messia si approssimava proprio con queste unioni. Egli però non sapeva dire, a causa dei peccati, quanto tempo ancora sarebbe occorso e quali impedimenti ci sarebbero stati per la nascita della Madre del Salvatore. Questo sarebbe dipeso dalla volontà espiatoria dei progenitori e di tutti gli Esseni. Il profeta, in seguito al suo vaticinio, esortò perciò ancor più tutta la comunità alla preghiera e ai sacrifici espiatori di purificazione per favorire la venuta del Messia. Vidi questi pii Israeliti essere fin dai tempi più antichi molto diligenti nella vita devozionale e nelle mortificazioni. Essi vivevano isolati e dispersi prima che Isaia li riunisse e desse loro un regolare statuto. Li vidi sempre con le stesse vesti che non cambiavano e non rammendavano mai finché, lacere e consumate, cadevano dal corpo. Gli Esseni combatterono con eccellente abilità il malcostume e, nella comunità degli sposati, le coppie vivevano tra loro come nella vita consacrata: spesso con lunghe astensioni, in capanne molto distanti tra i coniugi, partecipando alla vita coniugale, e in particolare al rapporto intimo, solo con l'intenzione di creare una discendenza sacra che avrebbe favorito l'arrivo del Salvatore. Vidi gli uomini prendere i pasti separati dalle loro mogli; solo quando l'uomo lasdava il tavolo, allora la donna prendeva il suo posto. Tra questa comunità di devoti coniugati c'erano i predecesson di Sant'Anna e altra santa gente. Geremia era in contatto religioso e spirituale con alcuni di questi ed in particolare con quelli che erano chiamati "i profeti minori". Tali profeti vivevano nel deserto, intorno alla Montagna di Do e sul Carmelo. In altre visioni ne vidi anche molti in Egitto, ma questo dev'essere accaduto successivamente all'epoca in cui vissero i progenitori di Anna. Ho visto anche molti Esseni scacciati dal monte Oreb per un periodo di tempo e poi riunirsi sotto nuove guide. Mi apparvero tra costoro i Maccabei. Gli Esseni ebbero una grande venerazione per Mosè, al punto tale da usare quale oggetto di culto devozionale un sacro lembo di stoffa tolto da una sua veste. Questo lembo era stato dato da Mosè ad Aronne ed era divenuto per loro una reliquia santa. In un'altra visione mi apparvero quindici Esseni che subivano il martirio in difesa di questo sacrario. Vidi anche com'era profonda la conoscenza dei santi misteri dell'Arca dell'Alleanza presso i loro profeti superiori. Quelli non sposati, del monte Oreb, riuscivano a conservarsi illibati ed emanavano un'aurea di indescrivibile purezza e religiosità. Avevano il compito di educare i fanciulli ad una profonda santità interiore. L'Ordinamento di questi Esseni era molto severo: non si poteva sperare di essere accolti nell'Ordine prima dei 14 anni; coloro che erano già stati esaminati preliminarmente con esito favorevole erano ammessi come neofiti a un anno di prova, poi dovevano superare due anni di noviziato per divenirne membri. I membri dell'Ordine non potevano commerciare per i loro bisogni, ma solo scambiare i prodotti del loro campo per lo stretto fabbisogno. Se qualcuno degli Esseni cadeva in un peccato grave veniva emessa una sentenza di esilio dal superiore. La guida spirituale riconosceva i simboli della colpa dagli Oracoli e poteva ben identificare il peccatore e scomunicarlo. Tale scomunica aveva un potere come quella che ebbe Pietro su Anania10. Per tutti i peccati minori gli Esseni ricevevano solo penitenze, come per esempio dovevano restare in piedi vestiti di una tunica rigida, le cui maniche immobili e allargate in forma crocifissa erano piene di spilli. Abitavano in celle naturali, cioè in piccole grotte sul monte Oreb. In una grotta più grande era stata costruita con intrecci di canne una sala in cui i religiosi si riunivano ogni giorno alla stessa ora, le undici, per mangiare. Vidi che ognuno aveva dinanzi a sé un piccolo pezzo di pane e un bicchiere. Dopo che il superiore aveva benedetto il pane, si mangiava. Poi tutti ritornavano nelle loro singole celle. In questa sala per il pasto comune si trovava pure un altare e sopra, coperti, c'erano pani benedetti, questi erano considerati come qualcosa di sacro. Io penso che poi venissero distribuiti ai poveri. Gli Esseni allevavano e addomesticavano molte colombe, che si cibavano sulle loro mani e con le quali avevano un'usanza rnisteriosa: dicevano qualcosa e subito le colombe si
 11 levavano in volo.

''La vita della Madonna'' basato sulle visioni della Beata Suor Caterina Emmerick

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Il presente sito si propone di divulgare le verità di fede del Cattolicesimo.Nel sito saranno presenti una rubrica biblica, poesie e altri materiali tutti legati da un filo comune ovvero Nostro Signore Gesù Cristo.Gesù Cristo ci annuncia una verità sempre attuale ovvero il suo amore per noi.Gesù è lo stesso ieri,oggi e per sempre(Ebrei 13,8).Inoltre il messaggio di Dio è sempre attuale, poichè Dio stesso ci dice''Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno'' Vangelo secondo San Luca 21,33.Conoscendo e seguendo Gesù conosciamo e seguiamo la Via la Verità e la Vita che è Gesù stesso(Vangelo secondo San Giovanni 14,6).Ci auguriamo che questo sito sappia comunicare a tutti ciò che veramente conta ovvero:La fede in Gesù Cristo.

 

La benedizione del Signore scenda su di voi, sulle vostre case e su tutte le persone a voi care.

 

 

 

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La pace del Signore sia con tutti voi!

Emozioni

                              

Coraggio, fratello che soffri.

C’è anche per te una deposizione dalla croce.

C’è anche per te una pietà sovrumana.

Ecco già una mano forata che schioda dal legno la tua...

Coraggio.

Mancano pochi istanti alle tre del tuo pomeriggio.

Tra poco, il buio cederà il posto alla luce,

la terra riacquisterà i suoi colori

e il sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga.

 

don Tonino Bello

La speranza è una virtù facile, quando la va bene,

difficilissima quando la va male.

don  Primo  Mazzolari

 
 

GESU’, TIENIMI CON TE

 

Gesù, tienimi con Te

 nella tua casetta di Nazareth

dove passasti fanciullezza e giovinezza

crescendo in età e grazia.

Insegnami a meditare e pregare

come facesti in quegli anni,

per preparare la mia anima

a nutrirsi sempre e solo di Te.

Gesù, tienimi con Te

nelle strade della Palestina

dove camminasti instancabile

per annunciarela BuonaNovella.

Conducimi nelle strade della vita

con l’unico desiderio

di portarti agli altri con le mie opere.

Gesù, tienimi con Te

nel giardino del Getsemani

dove prostrato a terra

piangesti e sudasti sangue.

Mostra alla mia anima

come ci si macina nell’accettazione

della divina Volontà.

Gesù, tienimi con Te

sulle tue orme nella via dolorosa

dove né febbre né dolori

 generarono dubbi sul tuo sì.

Aiutami a seguirti  anche quando cado

e a rialzarmi ingoiando fatica,

umiliazione e scherni.

Gesù, tienimi con Te

là, su quella croce grezza

dove gridasti l’abbandono del Padre

e donasti il tuo perdono al mondo.

Sostienimi nella sete di salire su quella croce

nell’oblio di me stessa

con l’offerta totale e definitiva del mio spirito.

Tienimi con Te, Gesù, sempre.

 

 

 

 

 

MA TU STAI ALLA MIA PORTA

 

Ma se io, Signore,

tendo l’orecchio ed imparo a discernere

i segni dei tempi,

distintamente odo i segnali

della tua rassicurante presenza alla mia porta.

E quando ti apro e ti accolgo

come ospite gradito della mia casa

il tempo che passiamo insieme mi rinfranca.

Alla tua mensa divido con te

il pane della tenerezza e della forza,

il vino della letizia e del sacrificio,

la parola di sapienza e della promessa, la preghiera

del ringraziamento

e dell’abbandono nelle mani del Padre.

E ritorno alla fatica del vivere

con indistruttibile pace.

Il tempo che è passato con te

sia che mangiamo sia che beviamo

è sottratto alla morte.

Adesso,

anche se è lei a bussare,

io so che sarai tu ad entrare;

il tempo della morte è finito.

Abbiamo tutto il tempo che vogliamo

per esplorare danzando

le iridescenti tracce della Sapienza dei mondi.

E infiniti sguardi d’attesa

per assaporare la bellezza.

card. Carlo Maria Martini

 

La misura dell’amore

è amare senza misura.

 

don Tonino  Bello

 

LA BONTA

 

 

Non permettere mai

che qualcuno

venga a te

e vada via senza essere

migliore e più contento.

Sii l’espressione

della bontà di Dio.

Bontà sul tuo volto

e nei tuoi occhi,

bontà nel tuo sorriso

e nel tuo saluto.

Ai bambini, ai poveri,

a tutti coloro che soffrono

nella carne e nello spirito

offri sempre un sorriso gioioso.

Dai a loro

non solo la tue cure

ma anche il tuo cuore.

 

                                                                               Madre Teresa di Calcutta


 

 
 
 
 
 
Il poeta cerca solo di mettere la testa in cielo.
E’ il logico che cerca di mettere il cielo nella propria testa.
Ed è la sua testa che si spacca.
 
Gilbert  Keith  Chesterton
 
 
 

 

Verità Fondamentali del Credo Cattolico

L'uomo di oggi ha fame e sete di Dio, anche se molte volte non se ne rende conto.Infatti l'uomo preoccupato sopratutto del suo benessere materiale dimentica o non crede proprio al fatto che siamo fatti di Spirito,Anima e Corpo.Infatti cosi come il nostro corpo necessita di nutrimento, così anche la nostra anima ha biosgno dell'alimento spirituale che sono le preghiere.L'uomo di oggi ma ancor di più l'uomo e la donna europa di oggi, devono riscoprire la bellezza della verità cristiana.Bisogna ripensare tutto il nostro modo di vedere il mondo.Bisogna partecipare alla Santa Messa(almeno una volta alla settimana), confessarsi e partecipare dell'Eucarestia(confessione ogni 15 giorni o un mese), pregare(almeno le preghiere più facili come Il Padre Nostro, L'ave Maria il Gloria ecc..Qui di seguito troverete alcune preghiere e  le verità della fede.Meditate e pregate.

I Misteri della fede.

1-Vi è un solo Dio in tre persone:Padre,Figlio e Spirito Santo.2-Il Figlio, rimanendo vero Dio, si è fatto anche vero uomo, chiamato Gesù Cristo, e come uomo ha patito, è morto ed è risorto per redimerci dai peccati.

I dieci comandamenti.

Io sono il Signore Dio tuo:

1-Non avrai altro Dio fuori di me.-2 Non nominare il nome di Dio invano-3 Ricordati di santificare le feste- 4 Onora i padre e la madre-5 Non uccidere- 6 Non commettere atti impuri- 7 Non rubare- 8 Non dire falsa testimonianza- 9 Non desiderare la donna d'altri- 10 Non desiderare la roba d'altri.

I cinque precetti della Chiesa

1-Partecipare alla Messa la domenica e le altre feste comandate-2 Santificare i giorni di penitenza, secondo le disposizione della Chiesa.- 3 Confessarsi almeno una volta all'anno, e comunicarsi almeno a Pasqua.4- Soccorrere alle necessità della Chiesa, contribuendo secondo le leggi o le usanze- 5 Non celebrare le nozza nei tempi proibiti.

I sacramenti(Tutti istituiti da Gesù).

1-Battesimo-2 Cresima- 3 Eucarestia- 4 Penitenza-5 Unzione dei malati- 6 Ordine- Matrimonio.

I due comandamenti della carità.

1- Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima.2- Amerai il tuo prossimo come te stesso.

Le sette opere di misericordia spirituale.

1-Consigliare i dubbiosi-2 Insegnare agli ignoranti-3 Ammonire i peccatori.4- Consolare gli afflitti.-5 Perdonare le offese-6 Sopportare pazientemente le persone moleste-7 Pregare Dio per i vivi e per i morti.

Le sette opere di misericordia corporale.

1-Dar da mgiare agli affamati-2 Dar da bere agli assetati-3 Vestire gli ignudi-4 Alloggiare i pellegrini-5 Visitare gli infermi-6 Visitare i carcerati-7 Seppellire i morti.

Le tre virtù teologali

1-Fede-2 Speranza-3 Carità

I 7 doni dello Spirito Santo

1.Sapienza-2 Intelletto- 3  Consiglio- 4 Fortezza- 5 Scienza-6 Pietà-7 Timor di Dio.

 Le quattro virtù cardinali.

1-Prudenza-2 Giustizia-3 Fortezza-4 Temperanza.

Le beatitudini.

1-Beati i poveri in spirito, perchè di essi è il Regno dei cieli-2 Beati i miti, perchè possederanno la terra.3- Beati coloro che piangono, perchè saranno consolati-4  Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, percè saranno saziati-5 Beati i misericordios, perchè otterranno misericordia.-6 Beati i puri di cuore-7- Beati gli operatori di pace, perchè saranno chiamati figli di Dio.-8 Beati i perseguitati a causa della giustizia, perchè di essi è il regno dei cieli.

I peccati contro lo Spirito Santo.

1-Disperazione della salvezza-2 Presunzione di salvarsi senza merito-3 Impugnare la verità conosciuta.-4 Invidia della grazia altrui-5 Ostinazione nei peccati-6 Impenitenza finale.

I vizi capitali.

1-Superbia-2 Avarizia- 3 Lussuria- 4 Ira- 5 Gola- 6 Invidia-7 Accidia.

I peccati che gridano vendetta.

1-Omicidio volontario-2 Peccato impuro contro natura-3 Oprressione dei poveri-4 Defraudare la mercede agli operai.

I quattro novissimi.

1-Morte-2 Giudizio-3 Inferno-4 Paradiso.

Geova un falso nome di Dio spiegazione di un'errore

Geova un falso nome di Dio spiegazione di un'errore

 

 

 

Come si sa il nome con cui si è abituati a chiamare l'essere che ci ha creati è semplicemente Dio.Ma conosciamo il nome delle tre persone della divinità(Padre,Figlio,Spirito Santo).Ma ci sono alcune sette protestanti, come ad esempio i Testimoni di Geova, che sostengono che il vero nome di Dio sia Geova.Basano questa dottrina sul fatto che nella Bibbia(solo nel Vecchio Testamento però), compare quasi 7.000 volte il tetragramma YHWH.Gli ebrei non pronunciavano mai e tuttora non pronunciano il nome del tetragramma, perchè in effetti è un nome inpronunciabile, quindi gli ebrei quando trovano scritto YHWH leggono Adonai(Signore-Kuryos in greco).Questo nome Adonai in effetti significa(Signori) facendo riferimento a tre persone divine.Quando San Paolo scrive '' E ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore''Filippesi 2,11, l'apostolo non voleva dire altro che ''ogni lingua confessi che Gesù Cristo è YHWH-Adonai''.Ma obietteranno i tdg(testimoni di geova), che Gesù in molti passi del Vangelo dice che i suoi veri discepoli avrebbero conosciuto il nome del Padre.Infatti il nome di Dio è Dio Padre come troviamo in molti passaggi biblici(vedi a proposito:1 Corinzi 1,1;2 Corinzi 1,3;Galati 1,1;Filipessi 2,11 ecc..).Quindi come possiamo vedere il Padre è un nome della prima persona della SS.a Trinità.Ma vi diranno i tdg, in molte chiese del passato(sopratutto in oriente), si trova scritto il nome Geova, infatti  nei manusoreti vi fu fatto l'errore di inserire nel tetragramma le vocali di Adonai(pronuncia di Yhwh), e ne venne fuori il seguente risultato ''YeHoWaH'' poi diventato Geova in italiano.E' da dire inoltre che l'uso di questo nome falso è stato introdotto a partire dal 7/8 secolo dopo Cristo, e che nella Bibbia non appare mai questo nome.Ma un nome che compare nella Bibbia è Elohim(plurale di Dio, letteralmente Dei,da El, forza,potenza).Questo nome appare circa 250 volte nella Bibbia, ad esempio in Genesi 1,1 è scritto ''Elohim Barà'', che significa ''Nel principio gli Dei creò'', un forte richiamo alla Trinità.Tra l'altro questo nome fa riferimento a tre distinte persone.Un'altro nome usato nella Bibbia è ''Io sono colui che Sono''(Esodo 3,14;Giovanni 8,58 ecc).E stato usato da Gesù stesso in Giovanni 8,58''Prima che Abramo fosse, io sono(Ego ehimi)''.Ma oltre a questi nomi Dio possiede vari nomi.Quindi come si è visto possiamo resumere che il nome di Dio è Dio Padre.Ora tratteremo della divinità di Gesù e dello Spirito Santo.

Gesù Dio o ''un dio''?

Il seguente versetto biblico un punto di contrasto tra Cristiani(Cattolici,Ortodossi,Protestanti in genere) e tdg.

Ἐ ἀ ῇ ἦ ὁ ὶ ὁ ἦ ὸ ὸ ὶ ὸ

ς ἦν ὁ λόγος.

En arkh

En arkhè én ho lògos kai ho lògos én pròs tòn theòn kai theòs én ho lògos.


Uno dei punti di contrasto con i tdg è la dottrina russellitta, che insegna riguardo a Gesù che egli è un dio ma non Iddio.Questa dottrina può essere giustificata solo con una Bibbia tradotta e distorta come quella in uso presso i tdg.Ma anche nella versione originale vi sono alcuni versetti che se interpretati liberamente possono denotare una figura di Cristo secondaria al Padre.E' il caso di Colossesi 1,15-18.Leggiamo il testo:''Egli è l'immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perchè in lui furono create tutte le cose, nei cieli e sulla terra,quelle visibili e quelle invisibili,Troni,Dominazioni,Principati,Potenze.Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui.Egli è prima di tute le cose e in lui tutte sussistono.''.Leggendo questo passo biblico sicuramente vi sarete chiesti perchè Gesù è chiamato ''Primogenito di tutta la creazione''.Il termine usato in greco è Protokos, che significa in effetti il primo.Infatti nella cultura ebraica primogenito può anche essere un titolo, come è scritto ad esempio in Esodo 4,22; o in Geremia 31,19;dove primogenito ha significato di ''Supremo'' Primo''.E' bene considerare inoltre che San Giovanni dice ''En Arkè'' che vuol dire ''In principio''(vedi Proverbi 8,22), Gesù è sempre esistito ed è lo stesso passo biblico di Colossesi che lo conferma ''Egli è prima di tute le cose''.E potremmo aggiungere che l'apostolo Paolo non dice la prima creatura o il primo-creato ma il primogenito, quindi il primo ad essere generato e il concilio di Nicea del 325 d.c. confermerà questa verità nel Credo ''Generato non creato della stessa sostanza del Padre....Inoltre Gesù usa il nome divino ''Ego ehimi'' usato in Esodo 3,14 e in molti altri passi biblici, che significa l'eterno.''Prima che Abramo fosse, Io Sono''.Gesù è chiarissimo.

In principio era la Parola e la Parola era con il Dio e Dio era la Parola.

Il versetto è chiarissimo Gesù è Dio.Ma oltre alla traduzione questo testo si basa su uno dei nomi di Dio(Memra Adonai) che significa appunto ''La Parola di Dio'' che è uno dei nomi di Dio nella Bibbia e nella tradizione del popolo eletto.I tdg forse non sapendo o volutamente, traducono così il seguente testo ''In principio era la parola e la parola era presso Dio e la parola era ''un dio''.Ora oltre ad essere un non senso dire che Gesù era ''un dio'', è anche un'aberrazione, poichè quando la Bibbia fa riferimento a divinità false usa il termine ''un dio''.Quindi i tdg vogliono dire che Gesù è una divinità falsa?Tra l'altro c'è da dire che i testimoni di Geova, prima credevano alla trinità, alla divinità di Cristo, alla morte in croce di Gesù ecc..Ma con Rutheford (3 presidente dei tdg) hanno cambiato radicalmente dottrina.

En

ho los kai ho los pr t the kai the ho los

Risposte Cattoliche alle critiche dei protestanti

Salve a tutti.Tratteremo in questo post tutta una serie di argomentazioni, per cui la Chiesa di Cristo è fatta oggetto di critica.Speriamo possa piacervi.

Il culto delle immagini sacre è idolatria?

Una delle accuse lanciate contro la Chiesa Cattolica da,Protestanti,Mormoni,Avventisti,Testiomini di Geova e altri, è che la Chiesa Cattolica, trasgredisce l'insegnamento di Diriguardo al culto delle immagini sacre, affermando che la Chiesa è idolatra.Ma vediamo innanzitutto una piccola differenza.La Chiesa non venera o adora idoli, ma usa le immagini di Dio(Padre,Figlio,Spirito Santo), della Beata  e sempre Vergine Madre di Dio,dei santi e degli angeli, come ausilio alla preghiera e a ciò ha dato definitivo impulso l'ultimo concilio della Chiesa unita, quello II Nicea del 795 d.c.In questo concilio la Chiesa di Dio, stabiliva che era possibile utilizzare le immagini sacre, che anzi sono un'ausilio alla preghiera(sono come le foto di famiglia, la famiglia di Dio appunto).Infatti se noi abbiamo a casa nostra delle foto di parenti defunti, e le guardiamo ci soffermiamo a guardarle non siamo idolatri, affatto.Idolo comunque si riferisce sempre e solo ad una divinità pagana, o ad un'immagine di divinità avente caratteristiche particvolari(forme di animali).Nella Bibbia il Signore si è sempre usato di alcune immagini sacre come nel caso del serpente del deserto.Chiunque avesse guardato il serpente sarebbe stato salvato(vedi Numeri 21,8 e seguenti..).Forse i protestanti vogliono accusare Dio di incoraggiare l'idolatria?Dio nella sua infinita sapienza, sa che l'uomo  ha bisogno di vedere, e attraverso le immagini sacre il credente medita sulla figura di Cristo.Ma il serpente di rame non è l'unica immagine che Dio abbia ordinato di fare,infatti, nell'arca dell'alleanza, Dio volle che vi fossero messi su due cherubini.(vedi Esodo 25,18-20).E ancora ritornando indietro nel tempo, nel I concilio di Nicea, nel 325 d.c.,la Chiesa Cattolica difendeva l'uso delle immagini sacre.Badate bene che in quel tempo non esistevano altre chiese cristiane oltre a quella cattolica, a meno che si trattava di eresie.La Chiesa Ortodossa è un'altra chiesa che favorisce l'uso delle immagini sacre, ed è la seconda chiesa più antica dopo quella di Roma.Insomma badando al fatto che la Chiesa Cattolica si basa sulla scrittura e sulla tradizione, sappiamo che la chiesa approva solo ciò che è in accordo con l'insegnamento di Dio.Ricordiamo indine che Dio ordinò a Salomone di sistemare nel tempio le seguenti immagini/sculture:Cherubini,buoi,leoni ecc..(a proposito vedi 1Re 6,23-35;7,29.

 

Riguardo a questo argomento vi consiglio di leggere:Es 25, 17-22; 1Re 6, 23-28; 1 Re 6, 29s; Nm 21, 4-9; 1Re 7, 23-26; 1 Re 7, 28s; ecc.

L'intercessione dei santi.

Parlando con i protesanti riguardo all'intercessione dei santi, essi vi confuteranno subito, che non esiste altro mediatore tra Dio e gli uomini, all'infuori di Cristo.(vedi 1 Timoteo 2,5).Ma il fatto che la Parola di Dio, dica questo non esclude che vi siano intercessori presso Dio.Mediatore, il solo mediatore tra Dio(Padre) e gli uomini è il solo Gesù Cristo.Ma mediatore in questo caso si riferisce al patto dell'alleanza, non all'intercessione.Cio è dimostrato in Ebrei dov'è scritto''Per questo egli è mediatore di un'alleanza nuova, perchè,essendo intervenuta la sua morte in riscatto delle trasgressioni comme sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l'eredità eterna che era stata promessa...''Ebrei 9,15.Come abbiamo visto, Cristo è il solo mediatore riguardo all'alleanza, alla nuova alleanza, non esclude quindi che vi siano altri intercessori.Lo stesso mosè pplicò a se stesso il titolo di mediatore(vedi Dt 5,5)..Infatti già nel vecchio testamento troviamo vari casi di intercessione di santi.Il primo è stato Abramo.Il Santo patriarcha intercedette presso Dio in favore della città di sodoma(vedi Genesi 18,16-33).Nel libro del profeta Zaccaria, troviamo un'angelo che intercede presso Dio.''Allora l'angelo del Signore disse:Signore degli eserciti,fino a quando rifiuterai di avere pietà di Gerusalemme de elle città di Giuda...Zaccaria 1,12.Un'altro caso di intercessione è quallo di Geremia,seguiamo il testo sacro'' Il Signore mi disse:Anche se Mosè e Samuele si presentassero davanti a me, nonvolgerei lo sguardo verso questo popolo''.Geremia 15,1.Quindi in questo caso è lo stesso Dio che afferma indirettamente l'esistenza dell'intercessione dei santi.Nel libro dell'apocalisse è scritto inoltre che le preghiere dei santi salgono davanti a Dio(vedi Apocalisse ().Ma il caso più bello di intercessione è quallo della Santissima e sempre vergine Madre di Dio.Infatti durante le nozze di Cana, Maria Ss, intercedette presso suo figlio affinchè, Gesù facesse il miracolo di cambiare l'acqua in vino(vedi Giovanni 2,1-5).Ma anche negli Atti degli Apostoli c'è un passaggio molto interessante riguardo all'efficacia dell'intercessione dei santi.Simone il mago, dopo avercreduto di poter ricevere per mezzo del denaro il dono dello Spirito Santo,fu punito da Dio.E allora simone disse''Rispose Simone: «Pregate voi per me il Signore, perché non mi accada nulla di ciò che avete detto».Atti 8,24.Quindi come vediamo simone chiese a San Pietro e a San Giovanni di pregare(intercedere) per lui.Spero che questo breve studio biblico possa essere stato efficace.

Maria SS, è la Madre di Dio sempre vergine?

Questo è un forte punto di controversia tra Cattolici e Protestanti.Infatti i protestanti sostengono che Maria è madre solo del Gesù umano.Ma ciò non è vero.Infatti l'arcangelo Gabriele disse le seguenti parole a Maria''Ecco, concepirai un figlio...Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo''.Luca 1,31,32.Leggendo il testo sacro, si nota subito una cosa elementare.Gesù è Figlio di Dio, il che equivale che Gesù è Dio(vedi Lc 8,39;Gv 1,1;Gv 8,58;Ti 2,13;) e per l'equazione Figlio di Dio-Dio(vedi Gv 10).Quindi se Gesù è Dio8 è lo è) Maria è Madre di Dio.E' chiarissimo questo concetto.Quando Maria andò a visitare sua cugina Elisabetta,leggete come si rivolse Elisabetta a Maria''..Benedetta  tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo!A che debbo  che la madre del mio Signore venga a me?Luca 1,43.S.Elisabetta chiama Maria di''Madre del mio Signore''.Il termine signore viene dal grego Kuryos(che a sua volta è usato per traslitterare Adonai nome ebraico di Dio che significa Signore).Quindi Elisabetta chiama Maria di ''Madre del mio Dio'',è inequivocabile.Nel concilio di Efeso del 415 d.c. , Maria venne dichiarata ''Theotokos'' ovvero ''Madre di Dio''.Infatti Maria è stata scelta per essere Madre di Gesù, non è stata scelta per caso.Ma i protestanti abiettano che Maria ebbe altri figli.Dicono ciò basandosi su alcuni brani evangelci dove si parla di fratellie sorelle di Gesù(vedi Matteo 12,46-50;13,55;Marco 6,3;Atti 1,14).Il termine usato è adelphos.Ma adelphos è usato anche tutte le volte che ci si riferisce a ''fratelli e sorelle'' di fede.Inoltre dicendo cisì si va contro la profezia di Isaia 7,14.C'è da riflettere que la Bibbia parla si di fratellie sorelle di Gesù, ma mai di figli di Maria.Nel libro di genesi è scritto che Abramo e lot sono fratelli(Genesi 13,3;14,14).Ma ciò non è vero, Abramo e Lot erano rispettivamente zio e nipote.E questo non è l'unico caso.Ma ciò che importa è mostrare come i ''fratelli di Gesù'' in effetti erano cugini di Gesù.infatti nella cultura ebraica i cugini e tutti i parenti in grado più vicini venivano chiamati fratelli.La Bibbia ci fornisce i nomi dei ''fratelli'' di Gesù.Giuseppe,egli è fratello di Giacomo e figlio di Maria vedi Matteo 27,56.(non la madre del Signore).Infatti in Giovanni 19,25 è scritto che la madre di Giuseppe e Giacomo era la sposa di Cleopa(zia di Gesù).Giacomo,Giuseppe e Giuda sono figli di Cleopa(Zio di Gesù).Tra l'altro quando Gesù era sulla croce,lo stesso Dio disse a Giovanni di prendere Maria come sua Madre(Giovanni 19,25).Questo passo biblico ha un duplice significa,Maria ci è affidata come madre, ed inoltre dimostra come Maria non avesse nessuno che la accudisse, era sola e per questo Gesù lìaffidò all'apostolo Giovanni.Inoltre già dall'inizio del cristianesimo a Maria è stato unanimemente conferito il titolo di ''Aiepartenon'' che significa ''sempre vergine''.Infatti Nostra Signore era vergine prima del parto(Vedi Luca 1,27;Isaia 7,14),  ed è rimasta vergine dopo il parto(Marco 6,3).Infatti mentre i ''fratelli'' di Gesù non vengono mai chiamati figli di Maria, Gesù è chiamato figlio di Maria.Questa è la prova l'ennesima, inconfutabile che Maria è perpetuamente vergine compatibilmente con la Parola di Dio e la tradizione.Potremmo approfondire di più l'argomento, ma crediamo che per ora sia sufficiente così.